Ero uscito dalla visita dell’ennesimo specialista, tutti dicono le stesse cose e poi prescrivono terapie diverse per farti entrare in un altro labirinto, stavolta terapeutico. Quando si incontra uno specialista si deve stare attenti alle parole, occorrerebbe presentarsi con un dizionario scientifico, ci vorrebbe un’apposita App, può essere un’idea. Sembra che abbia il terrore di essere compreso, sembra di viaggiare su diverse lunghezze d’onda, di ritrovarsi in un dialogo tra sordi. Per questo, si dice, occorre essere pazienti.

Ma chi conosce la Signora Lea diventa pignolo e impaziente, gli prende la briga di capire cosa gli si sta dicendo, si spinge persino a voler comprendere il significato delle parole e si ritrova così in un arrogante atteggiamento che odora di eresia. Insomma: siamo in una commedia di Ionesco. Tanto per fare un esempio. “Mi dica: quando è iniziata?” “Il primo attacco, ricordo, venne a due mesi dall’operazione per una caduta di retina.” “Ma cosa dice, non c’è alcuna rilevanza clinica che collega il distacco di retina alla cefalea”. “Avevo bevuto una birra”. “Altra cavolata, le statistiche non parlano di birra.” “Ho notato che se mangio la pasta mi prende un attacco dopo due ore.” “E questo cosa c’entra! Un conto è il fegato un conto la testa”. Visto che sei pignolo ti torna in mente una frase di Ippocrate: “La Cefalea deriva dal vento di stomaco.” Ma non dici nulla per non incorrere nel reato di lesa maestà.

Assisti al rito della prescrizione, riga su riga, in un crescendo rossiniano come fosse una condanna, comprendi di essere ormai legato a quel medico da un patto di sangue, annuisci con il capo con un sincero sentimento di sudditanza, osservi quella improbabile grafia per una prescrizione che ha il sapore della penitenza, inconsapevolmente firmi una cambiale di debito morale. Esci più frustrato di prima. Ti ritrovi in un labirinto di corridoi e di scale, di emozioni e terapie, di rabbia e impotenza. Sai che non c’è via di uscita finché finalmente non vedi sbiadito e in alto un segnale: “Exit”, scritto in inglese. Eh già! Perché noi abbiamo una Sanità moderna. Ed è lì che diventi pignolo anche con le parole. In inglese c’è ne è solo una: “Health”. Così in francese, in spagnolo, in tedesco. Invece noi italiani ne abbiamo due, la differenza però non è chiara a molti, forse neanche ai medici specialisti.

“Salute” e “Sanità”, ufficialmente sono sinonimi, ma la loro denotazione è completamente diversa, tanto che i loro significati si separano, si contrappongono e ingaggiano una lotta per la vita e la morte. “Salute” infatti è vita, benessere, equilibrio, serenità, prevenzione, riabilitazione. “Sanità” è dolore, malattia, sangue, diversità, morte. “Salute” è gioia, fantasia, immaginazione. “Sanità” è omologazione, protocollo, mercato. Lo dissero Ficarra e Picone a Sanremo: “Se il paziente muore ho perso un cliente, se guarisce ho perso un cliente, l’unica è mantenerlo in agonia.” “Sanità” è agonia, “Salute” è rinascita. I due termini, sinonimi, sono come lo Yin e lo Yang, vanno insieme, di pari passo, in un’onda continua ed eterna come il giorno e la notte. Per volare occorrono due ali, così per essere veramente “Health” occorre mettere insieme sia “Sanità” che “Salute”, altrimenti “anche per oggi non si vola.”


La Signora Lea (1)

la Signora Lea ritorna (2)

La Signora Lea un'ossessione (3)

La Sig Lea e la Matematica (4)

La Signora Lea e la Morte (5)

La Signora Lea all’ I.C.C. (6)

L’amica AmiTripLina (7)

Fare Outing Signora Lea! (8)

La Sanità e la Salute (9)

Signora Lea: Sono cambiato (10)