Era una mattina di giugno del 1999 e guardavo per l'ultima volta il mio ufficio.
Il sole era caldo e filtrava dalla finestra disegnando strane forme sul muro.
Ricordo la prima volta che vi ero entrato. Era lindo, le pareti erano state imbiancate da poco ed il pavimento era lucido e scivoloso. Il sole disegnava sulle pareti appena dipinte le stesse strane figure, quel giorno mi sembravano farfalle ma non quella mattina di giugno. Quel giorno mi sembravano grotteschi scarafaggi che mi scrutavano ridendo.

Tutto era incominciato circa sei mesi prima.
Una brutta infezione respiratoria con grave scompenso diabetico e necessità di ossigenoterapia mi avevano tenuto lontano dal lavoro per circa due mesi e mezzo tra ricovero ospedaliero e convalescenza domiciliare.
Quando tornai in ufficio, pensavo che le cose sarebbero state come prima. Certo, dovevo dedicare molto più tempo alla fisioterapia ed all'esercizio fisico ma, in fondo, io ero quello di prima, con la stessa mente e lo stesso entusiasmo. Ma, mi sbagliavo.

Mi guardavano in modo diverso, un misto tra compassione e paura. Le persone hanno paura dei malati, paura che avrebbero potuto nascere come loro o, un giorno, diventare come loro. Quando una persona guarda un malato è come se vedesse se stesso in uno specchio deformato ed allora, distoglie lo sguardo.
Non era più importante quello che avevo fatto in quell'ufficio, le ore di lavoro, l'impegno, i traguardi raggiunti, tutto venne spazzato via come un disegno fatto sulla battigia che viene cancellato da un'onda improvvisa.  Così, dopo che avevano ridimensionato le mie funzioni, escluso dalle riunioni e nemmeno preso in considerazione il part-time mi hanno chiesto di dimettermi. Ed io l'ho fatto, ero stufo della supponenza dei superiori e degli sguardi traversi dei colleghi, della litania giornaliera sul "come stai?".

Siamo soprattutto uomini e donne prima che lavoratori. Uomini con un'anima, una coscienza, dei sentimenti, una legittima speranza che il futuro sia migliore. Eppure la società di oggi ha ridotto tutti a semplici macchine. Le copertine dei giornali e le televisioni ci rimandano un'immagine di bellezza e salute plasticata e chi non è sano, bello, magro e muscoloso è fuori dai giochi, chi non può lavorare per dodici ore al giorno e non ha successo è una nullità.
Ma è vero tutto questo? E quelli, come noi, che sono malati cosa dovrebbero fare? Quelli che camminano invece di correre, che vivono tra antibiotici e flebo, che entrano ed escono dagli ospedali, dovrebbero mettersi da parte? Abbassare la testa ed aspettare che qualcuno tenda la mano?
No, noi non ci lasceremo buttare in un angolo, noi siamo qui a testimoniare l'esistenza di un mondo nuovo e diverso, un mondo fatto di coraggio e di speranza.

Il coraggio di alzarsi ad ogni nuovo giorno e, guardando il sole che sorge, pensare che, in fondo, in tutto questo gigantesco universo, fatto di aria e di terra, noi, proprio noi, abbiamo avuto la fortuna di nascere e sentire il profumo delle rose in fiore, nonostante tutta la sofferenza che la malattia ci procura. E la speranza che, domani, il nostro dolore potrà essere alleviato da una nuova cura, da un nuovo farmaco.
Tutti sono capaci di essere felici quando tutto va bene ma i veri uomini e le vere donne si distinguono per la capacità di andare avanti, a testa alta, anche quando tutto si ritorce contro di te come un uragano.
Forse, un giorno, la società si renderà conto che il grado di civiltà di un paese si misura con il modo in cui vengono trattati i più deboli.
Che le persone malate non sono figlie di un dio minore da compatire ed umiliare ma esseri umani coraggiosi e meravigliosi che affrontano ogni giorno con dignità il difficile cammino della vita e che hanno diritto di vivere, diritto di sperare, diritto di amare.

Alfonso Furgiuele

Nota:

Il mio amico d'infanzia Alfonso è morto ieri di una malattia a cui è sopravvissuto per molto più tempo di tanti. Questa di seguito è una sua testimonianza che credo possa toccare ognuno di noi, cosiddetti sani. Caro Alfonso che la terra ti sia lieve

Debora,    febbraio 2017

NDR:   Abbiamo rispettato il titolo dato perché è proprio in questo modo che viene visto chiunque esprime un disagio, ma ci resta il dubbio se il titolo si riferisca all'autore  o a coloro che non comprendono che chi commisera è il primo che dovrebbe essere commiserato. Guai però a dirglielo. Chi ostenta pietà non sospetta d'ispirarla. Costui pensa che sia il modo per esorcizzarla, mentre è la via migliore per meritarla.