“Io amo fare la pipì sul prato”
La cosa che amo di più è fare la pipì sul prato. La sofferenza maggiore per me è restare concentrato a mirare una tazza, ne va di mezzo il mio senso di libertà, di quel lasciar fluire liberamente che è alla base della vita secondo natura.

Non è un caso che io sia stato battezzato con l’acqua. Quando vivevo in città il solo pensiero di dover salire di corsa due rampe di scale per ritrovarmi in un bianco bugigattolo con una finestrella in alto e il rumore dell’aspiratore, mi scioglieva i reni, tanto da non poter resistere e doverla fare lì subito sull’asfalto del parcheggio, tra le due portiere della macchina aperte a far finta di raccogliere qualcosa che è caduto sui tappetini azzurri del sedile posteriore. Non è un caso che ho acquistato appositamente una quattroporte familiare turbodiesel, pur essendo scapolo e senza famiglia.

Finché non mi arrestarono. Oltraggio al pudore. Mi appellai alla debolezza di reni, prostatite benigna, venne a testimoniare il mio medico di famiglia, fui assolto, ma fu allora che presi la irrevocabile decisione di venire a vivere in campagna. La colpa, ritengo, di tutto questo, è di un cantante dei miei tempi, Giorgio Gaber, che un un giorno andai a sentire al Brancaccio. Ad un certo punto disse: “La coscienza è come l’organo sessuale, o dà la vita o fa pisciare.” Compresi che, essendo da escludere la prima opzione di mettere su famiglia, era buona la seconda. Quindi iniziai a valutare la qualità della mia urina, colore, limpidezza, e ad osservare la differenza esistente tra il farla in un bagno pubblico, in piedi, con gli altri che allungano l’occhio per valutare la dimensione del pene altrui, o ritrovarsi per caso in un giardino pubblico, Villa Borghese era perfetta, e farla di nascosto dietro una siepe mentre guardi il cielo fischiettando.

C’è tutta un’altra poesia, ti sembra che il gran lavoro dell’organismo, atto a selezionare sali e composti d’ammonio per unirli all’acqua che si beve e per produrre così una sapiente miscela, debba essere onorato dal doveroso compito di ridare qualcosa alla natura. In questo modo, in qualche modo, l’acqua torna a creare vita, stavolta nutrita da te, e in questo modo io riesco a bilanciare la assoluta mancanza di quelli stessi amplessi che servirebbero a crear famiglia. Non è un caso che io abito a piano terra e che fuori dalla porta della cucina ho seminato un bel prato inglese. E’ un gusto fare la pipì sul prato, un po’ fastidioso le notti d’inverno, lo ammetto, ma anche i nostri nonni facevano così.
Appena vedo una siepe non resisto, farla di nascosto, ai bordi della strada, con le auto che passano, è talmente arrapante che ormai penso di essere un assuefatto. In paese mi chiamano “Il Piscione”, sono diventato famoso, sono un artista. Quando è la festa del Santo prendo una pastiglia di blu di metilene e dipingo sul marciapiede quadri di cieli in tempesta. Ho chiesto a il Sindaco la “Cittadinanza Urinaria”.

 

Daddo

Via Casilina 3620

 

 

di Daddo Carcano, tratto da "Via Casilina 3620" Autori Vari e mezzi matti