Questo sito web utilizza i cookies per fini statistici ed informativi, senza raccogliere dati personali. Consulta la sezione Privacy per approfondimenti.

Stampa


Datemi il nome che volete, poi dimenticatelo, perché quello che vi sto per raccontare è storia di magia, e non c’è nulla, oggi, di più disdicevole. Non vorrei, sia chiaro, rendervi complici di un tale misfatto, che poi si dica «voi lo sapevate». Bruciate queste pagine se per vigliaccheria o curiosità continuate a leggere. E dimenticatele. Un segreto è tale solo se resta segreto.

Mi è accaduto la notte del 10 agosto, alle pendici della Monna, dalle parti dell’Osservatorio. Mi ero allontanato solitario in una sterrata oscura, tra antiche querce e faggi secolari, verso valle del Roveto. Occorre il buio per veder le stelle.

Pensavo di andare al di là della cresta, dove né le luci di Guarcino, né di Alatri o di Vico potessero inquinare il cielo e ricordare a me uomo un’apparenza civile. Lo scopo era di incrociare anche solo per caso una stella cadente. Come me.
Sono stato fortunato, l’ho vista proprio per caso che ancora non ero a metà del tragitto. Era una stella che cade, la prima mia stella cadente. Mi fermo, curioso, stupito. E improvvisamente si ferma anche lei. Resta sospesa, come in apnea. Blocco anche il mio fiato e attendo che riprenda il cammino. Ma lei, la stella, inizia a girare in tondo su se stessa, veloce, veloce come se volesse prendere la rincorsa per fare uno scatto siderale e fuggire via da me come dalla peste. O forse per farmi intendere che si può fermare la caduta e tornare ad essere contenti.
Il silenzio nel buio era opprimente, e non si muoveva una foglia. Ma quel silente vorticare emetteva un sinistro ronzio. No. Era una voce, una vocina lontana, e vicina, come una nenia di bimba: «Girogirotondo cascailmondo cascalaterra…» Una vocina lontana che si faceva sempre più vicina. «E tutti giù per terra.» Alla fine l’ho sentita nella pancia, come se avessi ingoiato una mosca.
Mi dicono dalla regia che il vuoto dentro l’uomo è 200 volte maggiore del vuoto che c’è nello spazio. «Girogirotondo cascailmondo…» Deve essere, mi son detto, la risonanza di un bosone di Acqua Lete.

Trovo chissà come il fiato per fuggire. Comincio a correre a perdifiato, senza intenzione di fermarmi se non oltre la cresta, oltre il passo del Diavolo, verso Monte Porca. Ero disposto pure a raggiungere Monte Crepacuore pur di allontanarmi da quell’incubo. Ma la stella, non tenendo conto dei miei umani spazi, rimaneva lì appesa, immobile, in un punto preciso, eppure girava alla velocità della luce con lo spin di un elettrone. Ero trafelato, avevo già corso parecchio, ero sudato, con la vista appannata e nelle orecchie un tam tam tribale degno dei migliori sciamani Navahos.
Imploravo, col pensiero, «Madonna Mia!» Dicevo «Monna Mia» convinto di invocare una madre. Ma il monte chiamato ‘La Monna’ non ha niente a che fare con la Vergine Maria. Quel monte maestoso che governa le valli fu a suo tempo l’Olimpo degli Hetei. Ora si chiama così perché la sua cima è ‘monnata’, monda da alberi e arbusti. In Ciociaria sbucciare la frutta si dice «monnare». La Monna è monda, brulla, calva, solo roccia, sassi e qualche filo di erba. Implorarla m’è sembrato, col senno di poi, un rito pagano. Ho ragionato molto su questo fatto, una volta a casa, dopo tutto quello che è accaduto e che sto per raccontarvi. In realtà non mi stavo rivolgendo al mio Dio, ma ad uno qualsiasi degli dei che abitano l’Olimpo. Chissà, in quel momento (forse) li ho sentiti più vicini, più alla mia portata di uomo.

Avevo corso parecchio, ma quel ronzio, quella vocina leggera di bimba che gioca, che ripete la comune filastrocca di ogni bambino felice, mi inseguiva, mi pizzicava nell’orecchio, negli occhi e nella pancia. «Girogirotondo…» Nel suo tono riconoscevo quel pizzico di gioco che sa di sfottò. «…cascalaterra…».
Vi giuro, ho avuto la sensazione che stesse arrivando la fine del mondo, che era giunta l’Apocalisse. Non ci sarebbe stato nulla da stupirsi considerando l’imbecillità del genere umano, ma in quel frangente, lo dico col senno di poi, correvo, correvo, senza più fiato e senza mai la sensazione di poter formulare un qualsiasi pensiero. Avevo solo paura, terrore, paura della paura, quel panico che toglie ogni respiro.

Così ho superato senza accorgermene il Passo del Diavolo.
«Diavolo!», mi son detto, lo ricordo assai bene: «Ecco: qui c’è lo zampino del diavolo».
«Per forza è così! » ho ragionato poi per spiegarmi l’accaduto, ovvero ciò di cui adesso ho assoluto timore, ma dovere, a raccontare. «Se ho confuso la Monna con la Madonna e ho, sia pur non volendo, implorato gli dei sono sicuramente incorso nel grave reato di pensiero pagano che oggi viene ritenuto più peccaminoso di mafia, terrorismo e corruzione. Poi ho persino sfidato le asperità del Passo del Diavolo, di notte, nel buio, correndo, indifferente a sassi, sterpi e spine di rovi». Quel che è accaduto doveva, per forza, accadere.
Superato il passo del Diavolo mi trovai oltre le cresta, su un’altra valle che è detta del Roveto, oltre le sorgenti del fiume Cosa. E che cosa vidi appena girato l’angolo? Mi apparve improvviso un roveto che ardeva di fuoco.
E una voce: «Mosé… Mosé…»
«Ma non si consumava.»
Mi blocco, mi fermo, cerco di riprendere fiato e di strabuzzare gli occhi.

‘La Monna’ si trova in Ciociaria a 1952 metri di altezza sul livello del mare, Olimpo di altri tempi e spazi. Il ‘Monte Oreb’ nel deserto del Sinai è alto 2285 metri, ben altra cosa, altri tempi, altri spazi. Quindi ho pensato che il riferimento biblico non fosse pertinente: era tutto frutto della mia fantasia malata e depressa.

«Mosé… Mosé… Togli i sandali dai piedi perché la terra su cui cammini è terra santa
Ora, a parte che non mi chiamo Mosè (non avrei fatto tante storie sul mio nome che deve restare segreto come dicono le regole del concorso), ma se tu ti fossi trovato così improvvisamente, nel buio della notte, in una foresta oscura, con una stella cadente sulla testa, ferma su se stessa, ma che gira nel cielo della tua pancia, e se una vocina vicina e lontana ti prendesse per mano in un demenziale «Girogirotondo» col quale ti dice che sta cascando il mondo, dimmi tu, caro lettore, se saresti riuscito a conservare la mente così fredda per riconoscere, in quell’ordine biblico e perentorio, la voce di un vecchio amico di liceo, un tipo che faceva scherzi scemi a tutto spiano, uno stronzo pure ventriloquo di cui non ricordavo più il nome. No, aspetta, si chiamava, forse, Angelo. Si, certo: ‘Angelo Del Signore’. Era di Frosinone.

Caddi in ginocchio, mi coprii il viso perché il chiarore acceca.
«Mosé… Mosé…»
La Voce continuava a chiamarmi come io non mi chiamo.
Mi ritrovai a dire senza volerlo: «Eccomi».
E Lui mi disse: «Vai al Concorso di Silvana e fai uscire gli israeliti dall’Egitto.»
Allora presi tutto il coraggio che mi restava per dire: «Non ho capito, mi scusi.»
E Lui, per essere più chiaro: «Chi scrive legge, e chi legge, forse, intende.»
Pur essendo senza fiato ebbi l’ardire di protestare: «Allora io, che non sono Mosé, che ormai non so più chi sono, dovrei andare ad Arcinazzo e dire che è ora di uscire dalla schiavitù d’Egitto. A quel punto mi chiederanno la quota di partecipazione, ben dieci euro, e quel che è peggio vorranno sapere il mio nome. Ed io sono bello che fregato, mi portano alla neuro. »
«Tu dirai: Io-sono mi ha mandato tra di voi. Io sono quel che sono
Con tre o quattro lacrime appena accennate tentai un esonero.
«Non si accontenteranno, mi diranno presuntuoso o pazzo. »
Ma la Voce è potente, assertiva:
«Fidati. Non si nomina il nome di Dio invano: il vero Dio non ha nome.»

E allora piansi, per il fumo negli occhi, forse, o perché non mi sentivo profeta. Fortuna fu che un lampo di lucida responsabilità civica mi riscosse: «Qui va a fuoco tutta la foresta. Sta bruciando dappertutto, Trivigliano, Acuto, Alatri, Porciano, se brucia pure questo bosco secolare, inestimabile ricchezza ciociara, siamo veramente alla fine del mondo.»
Prendo il cellulare. Tremante. Mi blocco. Chi devo chiamare: Vigili del fuoco, Protezione civile, Guardia Forestale, Carabinieri, 118, 234, 3.142128? Chi guida i Canader? A Canterno c’è acqua? Per fortuna non c’è campo. Non posso nemmeno collegarmi ad internet. Sono isolato. Intanto uno strano silenzio senza più un crepitio mi induce ad alzare lo sguardo. Il fuoco si è spento da solo, raro esempio di auto-combustione-inversa.
Ma nel totale silenzio ecco di nuovo la vocina che gira nel vuoto della mia pancia: «Girogirotondo… Cascailmondo…» A questo punto credevo veramente di impazzire, non riuscivo a comprendere quale sortilegio o quale magia operasse nella notte di San Lorenzo, forse un malocchio. Non sono superstizioso e comunque negli ultimi mesi non ho mai calpestato una cacca né un gatto nero mi ha attraversato la strada.

Senza fiato, con il cuore del gozzo, nell’apnea che sempre produce il panico, caddi prostrato tre le foglie secche e arrotolandomi in posizione fetale con le mani su un volto disfatto mormorai: «Gesù… Gesù…»
È questo un mio intercalare quando sto soffrendo parecchio. L’infelicità è multiforme, si protende sul nostro orizzonte di comuni mortali come un arcobaleno dai sette colori giocosi, meravigliosamente e intimamente fusi. Per logica avrei dovuto giocare, gioire, invece…
Come mai dalla bellezza di un arcobaleno noi uomini vediamo, togliendo il colore, solo sette sfumature di grigio? Come mai dalla gioia noi sappiamo trovare soltanto sofferenza? Questo resta un mistero. Comunque, per quel che mi riguarda, stavo soffrendo.
«Gesù… Gesù…» Soffrivo parecchio.

Finora il mio racconto è restato in qualche modo fedele al tempo cronologico degli accadimenti, ma quanto mi è parso di vivere nel seguito della notte del 10 agosto sulle pendici della Monna, oltre il passo del Diavolo, giù nella valle del Roveto, supera ogni cognizione di tempo, di sintassi e di logica. Adesso che scrivo tutto viene filtrato dalla barriera dello svenimento, da quel dormiveglia confuso in cui il panico blocca ogni tentativo di ragione. Un’ombra di luce incombe nella sfera sinistra del mio ricordo e scavalca impertinente il muro del politicamente corretto. Insomma, non sono più tanto sicuro di quel che sto per raccontarvi.

«Gesù… Gesù…»
Ero caduto svenuto tra foglie secche, avvolto su me stesso a guisa di un serpente, con le mani sul volto a chiudere gli occhi, per non vedere la luce, per non credere al vero, per non capirne il senso. E nel dormiveglia ripetevo, come una preghiera, come una filastrocca, come un mantra (fate voi, ognuno è libero di pensare quel che vuole) ripetevo un ritornello che non mi abbandonava più.
«Gesù… Gesù…»
«Dimmi. Se l’allievo chiama, il Maestro risponde
«Oh… No, Cristo!» mi dico.
«Perché mai la fonte dovrebbe andare incontro al pellegrino? Chiedi se hai intenzione di ricevere. Quando la terra ha sete tocca a lei chiamare la pioggia.»
«No Cristo, pietà. Non stavo chiamando te, il mio era solo un intercalare.»
«Stai attento a ciò che dici, figliuolo, stai attento agli intercalari. Le parole sono parole. Io non ho mai intercalato.»
«Abbi pietà di me, Signore, non vedi che soffro?»
«In verità ti dico, la sofferenza non esiste, la sofferenza è nella separazione. Il Sogno è oltrepassare il sogno delle frontiere. Le frontiere sono la sofferenza

Voi mi darete del folle, lo so, anche se in questi giorni vi state occupando di magia, ma io ci credo, forse. Mi dicono dalla regia che non è ancora scientificamente chiaro se la follia sia o meno il grado più elevato dell’intelletto, uno stato particolare dell’evoluzione della mente. Citano a tal proposito quel folle di Allan secondo il quale «Coloro che sognano di giorno sono consapevoli di molte cose che sfuggono a coloro che sognano solo di notte. Nelle loro mani grigie captano spazi di eternità, e tremano, svegliandosi, nello scoprire di essere giunti al limite del Grande Segreto.»
Ed io non sapevo se stavo sveglio o stavo dormendo, ma ricordo ora, da sveglio, come in un sogno, che tremavo, come una foglia, quando con voce suadente il Maestro ha ripreso a parlare. «In verità ti dico: non andare nelle spaccature, non separare, ma spostati nelle separazioni perché, in verità, non c’è frontiera. La sofferenza è l’io e il tu che si sognano come essendo due
In quel momento, sentirsi dare del tu da Gesù Cristo in persona, mi ha dato coraggio. Ho alzato la testa, ho aperto gli occhi, e quel che ho visto…

Ora voi direte: «Non è vero, ma (forse) ci credo». Vi prego, per favore, credetemi, togliete quel ‘forse’, almeno fino alla fine di questo racconto. In quell’istante la luna ha fatto capolino tra due nubi scure e ha sorriso alla notte. L’erba odorosa di vaniglia è fiorita di mille colori, sono spuntate viole purpuree, ranuncoli gialli, asfodeli rosso rubino. E con l’impeto di un sogno i faggi secolari si ergevano dritti coi loro fusti dalla pelle screziata d’ebano e d’argento, più morbida delle gote di Eleonora. Sulla sommità di questi le foglie, brillanti di luce come smeraldi, sussurravano giochi agli Zeffiri sereni, e già rendevano omaggio al sole che di lì a poco sarebbe spuntato, come ogni giorno. Si stava avvicinando una nuova alba.
Era (forse) un sogno? O era una magia? Non sono in grado di esprimere opinioni, dico solo che ero felice. Di fronte a tale bellezza stavo per esclamare «Oh… Mio Dio!» Ma mi sono trattenuto in tempo per il timore, proprio in quel momento, di trovarmi al cospetto dell’Assoluto. Ho preferito quindi distogliere Dio dai miei pensieri e cogliere l’occasione, vero o falsa, di parlare con Gesù. In fondo anche lui si fece uomo e forse poteva capire cosa stava accadendo al mio animo e al mio cervello che sbattevano a più non posso tra di loro. Quel che stavo vivendo non era un sogno, era una rivelazione.

«Oh Gesù Gesù!» dico estasiato e stavolta non era un intercalare. «Gesù sei forte! Sei un mago! Sei un Dio!»
«Vacci piano con le parole ti ho detto. Sarai tu, un Dio, mica io!»
Ecco, la frittata era fatta, dovevo restare zitto, Gesù si era incazzato.
«Sei tu” Lui mi dice «Sei tu a voler sapere tutto quando invece non sai niente. Sei tu che credi di essere un Dio, di poter distinguere il vero dal falso, il giusto dall’ingiusto, il bello dal brutto, la realtà dalla magia, che giochi a distinguere, a separare. Che tu sappia, una volta per tutte, che nemmeno io, nemmeno Dio, sappiamo come finisce il PiGreco. Si conosce l’inizio non la fine.»

Un vero Maestro lascia sempre il tempo al suo allievo di elaborare un concetto e di trovare in se una risposta, infatti odia i quiz Invalsi. Chi conosce le parole sa l’importanza delle pause. Ma io restavo silente. Non avevo capito e mi stavo ripetutamente chiedendo «Questo PiGreco che cazzo c’azzecca!»
E Cristo o non Cristo oltre che incazzato adesso era anche deluso.
«Oh, povero me. Padre, perché mi ha abbandonato! Che cosa devo fare con l’uomo, non conosce il PiGreco, non sa nemmeno come inizia, eppure si permette di fare la quadratura del cerchio e di dire ‘Io credo’. Ed esprime giudizi, emette sentenze, dispone condanne, tortura, bombarda dall’alto dei cieli amen. A cosa crede quest’uomo Signore?»
Mi sento piccolo misero minuscolo, un puntino perso nell’universo planetario. Gesù mi guarda con occhi di fuoco. Mi chiedo se sarà capace, spero sia capace, di concedere un perdono. Però Lui mi punta un dito contro.
«Tu. Uomo! Dico a te. Io ti perdono. Credere senza capire le mie parabole è peccato, ma veniale. Peccato mortale è quando tu, uomo, pur non avendo capito, pur non credendo a niente, pur non sapendo, ti permetti di obbligare altri uomini a credere come te. Sei tu che usi paroloni per non spiegare, per non unire, per separare, spaccare il capello in quattro, per dividere i campi di grano, le madri dai figli, per disgiungere corpo e mente, materia e non-materia, il giorno e la notte quando nel mondo di Dio non esiste tramonto.»
Un tantino risollevato dall’insperato perdono, forse invitato dallo stesso Maestro a chiedermi un perché, non resisto a porre una domanda che secondo me è delle cento pistole. «Ma dimmi Maestro, la Materia e la Non Materia non sono forse due?»
«La Materia e la Non Materia fanno parte del Sogno del mondo. Esse sono il gioco attraverso il quale l’Oblio tesse l’opera sua. La separazione è un gioco, come la sofferenza, e la sofferenza nasce dall’orgoglio fondamentale che gioca a separare. La Materia, in verità ti dico, è il sorriso dell’Eterno.»

Chiedo una pausa e d’un subito comprendo come il sorriso della luna abbia potuto far spuntare d’incanto, nell’erba odorosa di vaniglia, viole purpuree, ranuncoli gialli, asfodeli rosso rubino che avrei potuto toccare, raccogliere.
È imbarazzante come noi si sconosca solo il 5% della materia. Ma ancor più imbarazzante è che quel 5% per noi sia l’unica verità. È sconvolgente che quel che noi non possiamo conoscere la si chiami ‘superstizione’ o ‘magia’. L‘unico principio valido, finché scienza è scienza, è proprio in quel ‘forse’, perché la realtà è sogno.
Mentre Lui, Gesù, continuava a parlare,
«Soltanto gli occhi creano la frontiera, perché non vedono il dentro che sta nel fuori. Solo l’Occhio crea l’unione. L’Occhio crea il Mondo che fa i mondi. Ti annuncio: non separare, spostati nelle separazioni. È in questo modo che tu ti porrai in me. Questa è la via della quiete, perché la Quiete è il centro del Cambiamento.»

Calma! Stiamo calmi. «Quiete». È una parola!
Vorrei vedere voi al mio posto. Io lo sapevo per averlo letto in un thriller quantico, ma oggi è cosa risaputa da tanti (lo sapete anche voi che parlate di magia) che una particella subatomica è fatta di energia, ma che si fa materia quando si sente osservata. «Come se si fermasse un attimo a farsi fotografare nella forma in cui noi stessi la desideriamo.»
Sappiamo tutti quindi che non è magia: è scienza.
Vorrei vedervi, nel buio della notte scura, nella valle dell’Inferno, toccare la luce senza scottarvi. «Occorre il buio per veder le stelle», pure quelle cadenti.
Calma. «Quiete». Macché! Il cuore mi batteva a mille. E svenni.

E sono svenuto al contrario: ho cominciato a saltare, a cantare, a danzare. Ho preso per mano la bimba che ancora neniava nella mia pancia, abbiamo vorticato felici insieme alla stella che più non era cadente, e tutti insieme cantando «Giro girotondo cambia il mondo» cantava anche Gesù a cui sempre è piaciuto far festa: «inpacestalaterra… efinisceogniguerra.»
Ero estasiato, accecato, illuminato di verità, convertito su una via di damasco come un Paolo di Tarso che cade da cavallo. Ero come un Socrate d’Atene che sa di non sapere, un Francesco d’Assisi che a uccelli e lupi parla di armonia nel rispetto di ogni cosa che vive. L’amore è un entrare in risonanza con l’Universo intero, non opporsi, perdonare, cantare con la Voce di Dio. No, cari miei! Questa non è magia, è fisica.

«Tutto è possibile in chi crede.»
È possibile essere felici, vivere in pace, fare di guerra tabù. È possibile godere della bellezza se condivisa, che non toglie niente a nessuno. E allora correvo, svenuto e felice, in sù dalla valle, verso la cima. Senza alcuna fatica scavalcai la Femmina Morta, bevvi acqua sorgiva del Cosa e aggirai il Monte Morino, cantando contento una sorta di blues che Raimondo sa suonare alla chitarra.
Intanto dalla regia mi dicevano di mettere in corsivo le parole vere del vero Gesù, scritte in qualche parte nei Vangeli, in particolare nel capitolo due di quello di Maria, ed è allora, mi spiace per voi, che mi son dato gioiosamente del matto.
E cantavo il blues di Raimondo in una lingua sconosciuta eppure comprensibile a tutti, fatta di suoni, di gesti, sorrisi e senza parole. «Chi vuole intendere in tenda», on the road, sulla strada,lascia andare, Let it Be.

Stava per giungere l’alba, ed io con l’aurora dipingevo il cielo di mille colori, con il sole distribuivo a tutta la valle il mio chiarore, donavo luce laggiù dove tutto sembrava immobile, fermo, indifferente, ma io sapevo, ne ero certo, che brulicava di gente al risveglio. (Forse. Un maestro mi insegnò quanto è difficile vedere l’alba dentro l’imbrunire.)
Dovevo ancora salire, fin sulla cima, gridarlo più forte. E allora correvo, giocavo, senza fatica. Cantavo, ridevo, senza perdere fiato. Salivo, salivo senza sudore finché giunsi in un grande prato verde dove nascono speranze come candidi narcisi: quello era il grande prato dell’amore Aah... Correvo in una valle di echi in cui la mia voce era ogni voce ed io senza nome cantavo Help e Ticket to Ride o Lady Jane e Yesterday e immaginavo con John che non ci sia più niente per cui uccidere o morire. Ma che illuminazione nasce da una sensazione, era un gioco e non un fuoco.
E non piangere salame dai capelli verde rame, è solo un gioco: Acqua Aria Terra Fuoco. Non dire che fa male l’orizzonte oltremare, che il pesante è pur leggero, il falso è sempre vero, la magia è tuttora scienza, l’alchimia una presenza. «C’era una volta Fata Ricotta, che aveva una calza rotta», «Ullallà» non me ne importa, «Ullallà» la strega è mortaaa!

E vivevo, con tutti voi, tutti insieme, felici e contenti, come in ogni favola che si rispetti in cui sei felice solo se ti accontenti. Sorridevo a tutti denti e gridavo ai quattro venti, Borea, Euro, Noto, Zefiro, il messaggio di Gesù affinché lo sapessi pure tu, e giungesse a quella gente indifferente che fugge appena mente, gridavo a più non posso, a tutto il mondo e a tutto fiato quel che il dì non erra: «Fate l’amore e non la guerra.»
Cantavo con il ritmo di uno slogan in blues, che Raimondo sa suonarlo alla chitarra: «Fate l’amore e non la guerra.»
Mi rotolavo tra ranuncoli, violette e narcisi come un vecchio figlio dei fiori che più non ha rancori: «Fate l’amore e non la guerra.»
«Vacci piano fratello!»
«Ancora tu… Gesù! Non dovevamo sentirci più?»
«Vacci piano ti ho detto, con le parole, gli spot e gli intercalari.»
«Perché, ora che c’è!»
«Stai attento a quel che dici, stai attento a dirlo forte.»
«Ma perché, perché?»
«A me mi hanno crocefisso.»Zittii. Di colpo. Restai fermo immobile in aria come la mia stella cadente. «E’ vero» annotai «La gente preferì Barabba.»
L’ uomo, mi dissero a quel punto dalla regia, preferisce ancora i ladroni, i violenti, i guerrafondai.
«E’ pur vero, ma…» Per quel che mi riguarda ogni promessa è debito: «Andrò sugli altipiani di Arcinazzo, all’incrocio delle tre vie, per dire agli Israeliti che è ora di fuggire dall’Egitto.»

Vedete che l’ho scritto? Ma ora spero che abbiate capito perché per regolamento non posso dire il mio nome, converrete con me che è necessario bruciare queste pagine immonde e far finta di niente, di rifuggire dal concreto rischio che vi si accusi di complicità per la fine del mondo. Dimenticate, dimenticate tutto, vi prego.
«Un segreto è tale solo se resta segreto.» Forse.

.

BOB 43 Gli scrittori sono Matti

BOB 42 La magia è bella dipersé

BOB 41 Il profumo della neve

BOB 40 La Verità di Rocco

BOB 39 Il Cielo nella Tua pancia