Che geni i nostri avi! Gli antichi greci già avevano capito tutto. Ascoltate che cosa si erano inventati I medici dell’antica Grecia, il nocciolo di ogni terapia. Si narra che dopo il rituale sacrificio sacro, con canti, balli, lazzi e sollazzi, con l’arrosto sacrificale e il vino di resina diluito con acqua, il malato dovesse smaltire la sbornia dormendo e sudando nel vello dello stesso animale di cui si era cibato. In quel profetico sacco a pelo di pelle, l’incubo era la norma.

L’indomani il povero paziente andava dal dottore e sacerdote (in quell’epoca i ruoli si confondevano parecchio, almeno fino a quando è arrivato Ippocrate) e gli raccontava tutto il suo incubo, per filo e per segno, in ogni particolare, perché si credeva che nel sogno gli dei inviassero i loro segnali e indicassero la via della guarigione. Il medico-sacerdote a quel punto, basandosi sul racconto del paziente, prescriva la sua terapia. Era una tecnica geniale, in questo modo il paziente aveva raccontato il suo dolore e gli aveva dato un nome, il più era fatto.

Antichi medici maghi stregoni filosofi avevano intuito che la cosa più importante era avere l’intenzione di guarire. Il paziente infatti doveva camminare, lentamente, per salire su al tempio, andare lontano da villaggi e città, dimenticare i suoi problemi quotidiani e avere cura di sè. I greci dicevano “Mélete” che significa sia “medicazione” che “meditazione”. Geniale davvero. E come per loro era possibile stimolare l’idea di guarire? Rendendo onore agli dei. Il loro ragionamento era semplice. Se gli dei, nella loro magnanimità, avevano donato all’uomo il piacere, occorreva sacrificarsi per rendergli onore. E allora arrosti e bevande, canti e balli, perché per guarire non c’è niente di meglio che gustare la vita.


Questo racconto è dedicato a Dario Fo. Caro Dario

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