Annamaria Testa dice che “quando il messaggio non arriva, o arriva distorto, la colpa è sempre del comunicatore”. Ha ragione, comunicare è arte complessa, bisogna tener conto di mille dettagli, parlare a tanta gente, avere chiaro cosa si vuol comunicare, a chi ci vogliamo rivolgere. Non è facile. Diventa un lavoro assurdo quando si desidera ‘ComunicareAltro’, comunicare altri approcci, altri modi di vedere le cose. A volte è impossibile. Si dice che gli indiani americani non videro le vele di Colombo soltanto perché non le conoscevano. 

La prima cosa da fare è “scegliere il target” e usare di conseguenza codici e canali appropriati. Ma contemporaneamente occorre fare l’opposto: “sciogliere il target”, decontestualizzare. Oggi siamo tutti standardizzati in target, siamo portati a comunicare a seconda del target, a usare parole diverse o la stessa parola sempre in funzione di un target. A forza di ‘targettizzare’ abbiamo irrigidito la parola, creato canali di comunicazione essenzialmente diversi, distanti, lontani tra loro nell’ottica e nei modi, nelle immagini e negli spot. Tutto diventa riferito ad un prodotto tangibile, ‘l’intangibilità della parola’ diventa denotazione, perdendo di fatto essenza. Il suo significato diventa significante, diverso a seconda del target.

Jorge Borges, Umberto Eco, si staranno rigirando nella tomba per come sto usando il loro lavoro, ma se il concetto non è chiaro a me, come posso renderlo chiaro comunicando un dubbio, una perplessità, un semplice stimolo di ragionamento? Annamaria dice di usare ‘humor’, è giusto, è questa la chiave per parlare d’altro. Però anche l’humor è qualcosa di intangibile, per leggere l’ironia occorre innanzitutto aver sospeso l’opinione, i pregiudizi, e lasciarsi sorprendere. In pochi lo fanno, in molti si offendono. L’ironia, o humor, va all’essenza della parola, la sospende, la spoglia dagli inutili abiti che impediscono, anche ad un osservatore attento, la sua provocante nudità.

La parola nuda e cruda è eccitante, usandola con parsimonia può svelarci mille modi di vedere uno stesso oggetto, sorprenderci, raccontarci la sua storia, ad esempio come lei, la parola, è nata, e come vive ora in questo mondo. Usandola con humor può lasciarci sospesi, come in aria, come bimbi curiosi, per poi farci esplodere magari in una grassa risata. Capita persino di poter ridere di se stessi. A questo serve l’humor, a sospendere il giudizio e prendere la vita come viene. Però questo mette paura, come ogni incertezza, dubbio, perplessità, e così come nel mito della caverna si preferisce restare in catene, rifiutare l’oltre, il diverso, l’altro, il caso. In tal caso, come è possibile ‘comunicare altro’, anche ricorrendo alla tecnica dell’ironia. Come diceva mio nonno che portava l’apparecchio acustico: “Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire, quindi stai zitto.”

Nota:
Tavolo tavolo tavolo tavolo tavolo tavolo. Da bambini ripetevamo mille volte e velocemente la stessa parola per giungere all’essenza. Per capire cosa è veramente un tavolo bisogna guardarlo da sopra e di sotto, da destra e da sinistra, da vicino e da lontano. Ma non basta, perché il tavolo è diverso se lo vede una massaia, un architetto, un falegname, un chimico o un poeta. Va a capire allora l’essenza di un tavolo, forse è nel significato condiviso, se intendiamo la stessa cosa. Per questo esiste il dizionario.

CITAZIONI: Caspar David Friedrich</p>
un Grazie ad Annamaria Testa  www.nuovoeutile.it

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