Bianca, la simpatica capretta mia vicina di casa, con molta disinvoltura, quasi ogni giorno, si apparecchiava il desinare sul prato condominale piuttosto che nel territorio del suo padrone. Con agilità e scioltezza, una volta che aveva deciso, senza ripensamento alcuno, saltava con slancio la rete: mezzo giro e oplà, il prato era tutto a sua disposizione.
La prima volta che osò superare la barriera fu perché era stata colta da livida invidia per il montone che, bestia possente, era balzato in territorio “straniero”. Lei, così alta, così slanciata, non avrebbe mai potuto rimanere nel recinto e, se fino ad allora lo aveva fatto, era stato solo perché era timorosa.
Detto fra noi, se vale per l’uomo, vuoi che non sia più che valido anche per capre e pecore il detto “l’erba del vicino è sempre più buona?”

Per tutta la stagione invernale Bianca e il montone, sono andati a brucare al di là del loro recinto. Sembrava avessero fatto un patto solidale fra loro: bastava un rumore insolito che, quasi si scambiassero un’occhiata di intesa, correvano via di corsa insieme, rientravano nei ranghi e si mischiavano fra le altre bestie. Due impavidi in un branco di pecore e capre.
Ma la primavera portò una novità. Il piccolo ariete che, nonostante la sua mediocre statura, era sempre pronto a dire la sua, marcando a suon di cornate chiunque osasse invadere il suo spazio, complice la notte e un ovile piccolo e promiscuo, aveva messo il segno su Bianca.

La giovane capretta, inconsapevole di quello che le era successo, cominciò ad ingrassare. Per quanto appesantita da un addome sempre più rotondetto, non mancò mai di saltare il recinto, fino al giorno del parto. Belò a lungo, tanto da sollecitare la mia attenzione. Era nel recinto vicino all’ovile. Smise solo quando mi vide vicino. Era stato il suo modo di presentarmi i suoi due bellissimi batuffoli, bianchi come lei. Salina e Salgemma, questi i loro nomi, crescevano bene sotto le attente cure materne.
Curiose e intraprendenti dopo poche settimane, le ritrovai insieme alla mamma e al montone nel prato condominiale. Agilissime e scattanti, grazie alle loro ridotte dimensioni, passavano come se niente fosse la rete del recinto. Nel frattempo il padrone di Bianca, accortosi delle scappatelle dei suoi animali, nel timore che potessero spingersi fino al limite della strada, si armò di santa pazienza per alzare il recinto. Un intero pomeriggio a tessere un nuovo livello di barriera. Per Bianca e il montone il livello dell’asticella si era alzato troppo. Anche per loro era venuto il tempo di accontentarsi dell’erba del proprio campo. Ma….. Il padrone non aveva fatto i conti con Salgemma. Il belato impaurito richiamò per l’ennesima volta la mia attenzione. Sola e tremante, Salgemma era nel prato condominale. Bianca, impotente, la guardava da dentro il recinto. Come qualsiasi piccolo, Salgemma si era cacciata in un guaio grosso. Vedeva la mamma ma non sapeva più la strada per ritornare sotto la sua protezione. Scesa nel prato, cominciai a parlare con tono calmo in direzione della piccola. Mi guardava e cercava una via di fuga saltellando di qua e di là. Il suo belato, prima forte e assordante poi si quietò. Stava ferma, in attesa.

Bianca osservava attenta la scena. Cominciai a sbracciarmi per richiamare l’attenzione di un vicino affinché chiamasse il padrone della capretta. Non sarei mai riuscita a rimetterla nel recinto da sola, era poco addomesticata per farmi avvicinare e lasciarsi prendere di peso per essere rimessa nel recinto. Giunse il figlio del padrone, un bel ragazzo dalla folta capigliatura dorata. Pochi attimi di smarrimento, poi Salgemma si arrese nelle forti braccia del ragazzo. Con stupore mi girai intorno, ma Bianca e tutto il gruppo si erano dileguati. Pensai fra me e me che Bianca, vedendomi vicina alla sua piccola in difficoltà si era rasserenata e si era spostata a brucare altrove. Già. Altrove. Come mi avvicinai al muretto di cinta dell’altro confinante, vidi due occhioni che mi stavano fissando. C’era un non so che di soddisfazione in quello sguardo. Bianca e tutti gli altri avevano trovato il modo di uscire dal recinto e di invadere il prato del vicino. A guardare la scena sembrava che il branco fosse approdato nel giardino proibito e in tutti loro notavo una certa eccitazione. Anche la pecora più mansueta saltellava di qua e di là.

Il giovane ariete aveva deciso di fare pungiball con un arbusto, ergendosi su due zampe e rimanendo perfettamente nella verticale fino a raggiungere la cima ricca di germogli. Il povero arbusto, dinanzi a tanta forza, fletteva inesorabilmente a terra dove anche la piccola Salina era pronta a banchettare. Bianca aveva scoperto quanto buoni fossero i fichi e le pecore brucavano avidamente il prato tagliato di fresco. Più guardavo la scena e più mi sembrava proprio che la natura si volesse beffare dell’uomo. Più l’ansia di limitare e di restringere dell’uomo si esaspera, più la natura trova la falla nell’umano procedere e inesorabile avanza rispettando unicamente se stessa.
Bianca e il montone non si erano mai avvicinati alla strada quando uscivano dal recinto e venivano nel prato condominiale, rimanendo sempre vigili e timorosi. Salina e Salgemma non muovono un passo se non sono vicini alla madre. Nel prato condominiale non ci sono piantate altre cose che potrebbero essere distrutte dalla golosità del branco. Eppure l’ansia del padrone ha avuto il sopravvento.

Ma l’erba del vicino è sempre più buona….

Forse non avrebbero mai cercato nel giardino del vicino, né avrebbero scavato sotto il reticolato per passare. Il desiderio di libertà supera qualsiasi ostacolo. La natura è libera. Questa volta l’intero branco è riuscito ad assaporare l’erba del vicino….
Povero ragazzo dalla chioma fluente: mille e uno tentativi di rimettere in riga un branco indisciplinato e ribelle. Più cercava di farli uscire dal giardino del vicino, più le bestie giravano in tondo. Se anche riusciva a riportarne qualcuna sul proprio terreno, nel perdere tempo a rincorrere le altre, quelle poche evadevano nuovamente per ritornare nel giardino delle delizie.
Solo quando il ragazzo ha deciso di aprire meglio il varco, le bestie, accompagnate anche da un'altra persona che è venuta in aiuto, hanno preso la via di casa.
Rientrato al tramonto, il padrone ha fatto a tutto il branco una bella “lavata di testa” che, ovviamente, per delle pecore significa, una decisa tosatura!
Piccola consolazione per l’uomo.
Natura Vs Uomo 0-0

Alatri 10 giugno 2016 Daniela Tudisco