Diciamola tutta, diciamola breve. Come reagireste voi italiani se vi si dicesse: “Dante Alighieri era tunisino, tutte le parole che ha inventato era perché non sapeva bene l’italiano?” Ecco: come dovrebbero reagire gli inglesi se dicessimo loro che “Shakespeare era siciliano e i suoi 4500 neologismi erano una sorta di Gramlot alla Dario Fo?” Sarebbe un casino, ma la cosa non avrebbe la minima importanza. Non ci sarebbe nulla di nuovo: i romani entrarono in Britannia con la loro cultura, mentre la cultura romana si era formata assorbendo quella di tante altre civiltà e tribù. Per i romani ogni dio era buono, magari gli cambiavano nome, ma ne assorbivano riti e pensieri. La ‘Cultura’ è sempre nata dall’unione di pensieri diversi. Nulla di buono mai nasce se esiste un confine.


Si narra giocando con le parole che un tempo la famiglia Scrolla Lancia di Sicilia era emigrata in Inghilterra. Solita storia. Il giovane Guglielmo cercò di integrarsi in società, il suo nome diventò William, Scrolla diventò Shake e Lancia diventò Spear. Guglielmo amava raccontare e conosceva tante storie. Da un piccolo palco sgombro portava lo spettatore in varie parti del mondo, Danimarca, Venezia, Verona, e su un romantico balcone, e in una notte di mezza estate. William era un intruglio di culture e non aveva nazionalità.

Quindi è inutile chiedersi se fosse inglese o italiano, non serve proprio a nulla, è solo una questione di gossip. Dobbiamo invece dire che Wulliam Shakespeare è Patrimonio Unesco dell’Umanità in quanto Universale. E per esserlo William non poteva essere altro che italiano e inglese, Otello e Amleto, Re e Folletto, doveva scrivere per il nobile, per il popolo, per lo straniero. Per essere universale infatti bisogna eliminare pregiudizi e confini, bisogna perdersi tra l’Essere e il Non Essere, tra Materia e Non Materia, tra Sangue e Spirito. In questo frangente possiamo rendere onore a William Shakespeare, a 400 ani dalla morte, con la qualifica di ‘Divino’.