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Poema epico a tre voci

Si inizia con una strofa a testa, poi man mano le voci diventano più rapide alternandosi con altri ritmi (T 10’)

V.F.C.. 1985 – Parapat è il porto per raggiungere da Sumatra l’isola di Samosir, al Lago Toba, Indonesia. Sulla riva di Samosir ci sono tre villaggi addossati alla montagna, Tomòk è la capitale, Tùk Tùk e Ambarìta due piccoli agglomerati di case Batack. Il Lago Toba è il lago vulcanico più grande e più alto del mondo. In cima alla montagna c’è un altro piccolo lago, si dice sia la bocca del vulcano, la porta per l’al di là.
Questa storia comincia al mercatino di Parapàt, dove Kuridìn, il padrone di casa, ci aveva portato col suo barcone a fare acquisti. Comincia quando Paolo, che indossava orgoglioso la sua famosa tuta di jeans col tascone sul petto, ebbe la fantastica idea di visitare anche un gabinetto del luogo.



A

Con quella bella tuta Cotton Green
dal comodo tascone sul petto
c'aveva messo la chiave, poveretto
che quando a Parapat andò al cesso
'Ploffete' fece la chiave in quel buco
che chiamavano con garbo gabinetto.

Kuridin provò con lenza e spago
poi non gli sembrò vero il ferramenta
‘tempio di modernità e di saggezza’
che volle lui stesso cambiar la serratura
con forza, martello e chiodi a volontà
non conoscendo affatto l'uso delle viti

Che il mondo va a rovescio si sapeva
ma che a Toba ci andava pe'davvero
dovevate dirlo al soddisfatto Kuridin
Niente da fare! La serratura andava così
l'alto era il basso e il basso era l'alto
una semplice questione di punti di vista

Era vero, perché noi guardiamo il cielo
mentre i loro occhi si perdono nel lago
Il centro della terra è il loro centro
è da li che veniamo. è li che torneremo
Loro guardano il mondo dal di sotto
così se si cade, non si fa di certo il botto

B

Immaginate Paolo in tal frangente
lui che amava il diverso nella gente,
lo cercava, lo intuiva, lo guardava
con quell'occhio fondo nero in alto
e il suo sorriso atto a come dire
“ogni botta è buona a far caciara”

Come quando in una taverna di Tomòk
capitale dell'isola di Samosir, Lago Toba,
quattro case in fila e un umile locale
dove indigeni giocavano agli scacchi
tanto a far caciara, uno di loro lo sfidò.
Indovinate? Paolo la sfida la accettò

Ma come si diceva tutto lì era capovolto
e invece d'andar calmo lo sfidante
prese come una furia a dettar mosse
che Paolo, detto ‘Jack lo Svelto’, lo si sa,
fu preso nettamente in contropiede
e in un minuto mezzo fu scacco matto

Fu festa: danze canti e mani sulle spalle
Quale lingua si parlasse non lo so,
ma si parlava di cose ben profonde.
Come quando ,durante il viaggio a piedi
da TukTuk a Tomok capitale di Samosir,
incrociammo un tipo e Paolo disse: "Horàs!"

Aveva capito col suo istinto musicale
che il saluto dipendeva dalla nota
ovvero dall'armonia tra la 'Ho' e la 'Rás'
‘Hòras’ disse Paolo, ‘Horàs’ rispose il tipo
e in breve ci trovammo seduti per un'ora
a parlar di storia, religione e di contrario.

Andare al contrario a Paolo piaceva assai
Ci stava ad agio e diceva sempre: “Ora o mai”.
Ogni occasione era buona per giocare
stare da un’altra parte ed artearsi a indovinare
l’armonia di un gesto, di un suono, di un sorriso
va vedé che con Paolo si stava già in paradiso

C

Un giorno si decise di andare sopra al monte
La guida diceva che lassù c’era un altro lago,
un paesaggio all’equatore tutto simile alle Alpi
ma diceva pure che bisognava stare molto attenti
perché gli indigeni del luogo, altra razza,
erano uso accogliere i turisti a suon di sassi.

Noi si volle andare lo stesso all’avventura
Delle quattro moto che c’erano a Toba Lago
ne affittammo due, sicuri che la via era sicura.
Una via ben stretta in verità, ruvida e di sassi.
Tranquilli: Daddo con Sandra e Paolo con Sasà
Si andava a sinistra, ma a quale sinistra non si sa

Arrivati che si fu in un’ora in cima al monte
svoltando un angolo, col burrone sulla destra,
ci trovammo a vis a vis con un guerriero pellerossa
con tanto di lancia, pugnale e fascia sulla testa.
Ma stavamo in Asia o eravamo finiti tra gli Incàs?
Per spiegarlo andiamo indietro a raccontar della trombetta.

Eravamo fuggiti da Medan che significa campo di battaglia,
a volo avevamo preso un bus rifugiandoci nel fondo,
la maglietta bianca delle donne era diventata mani nere,
dal finestrino ci facevano cucù, eravamo bianchi e si vedeva.
Ci addormentammo infine salendo a mille metri all’equatore
finché non ci svegliò un suono di trombetta: “Parapà” “Parapà”

“Parapà” Fu l’istinto musicale di Paolo a ergersi a salvezza.
“Parapàa” Non era una trombetta ma la voce dell’autista
“Parapàat” Parapat era il posto dove volevamo andare
Ci trovammo scaraventati a terra nella pioggia della notte
In braccio i nostri zaini e negli occhi un fitto fitto e nero buio.
Poi una luce, una lampada su una porta, una strada e un volto.

Eravamo scesi dal bus in un racconto di Macondo, stessa via.
Occhi a mandorla fondi e neri ci proposero accoglienza,
la guardammo, con la torcia, era una pellerossa americana.
Fu il caso di chiedersi quel giorno: “Ma dove cavolo siamo!?”
La stessa cosa che ci accadde allorquando il grande capo
col pugnale e lancia in resta, alzò il braccio e disse: “Hoòoras”

D

“Horàs” rispose il Paolo dal grande istinto musicale.
“Hòras” disse l’indigeno in un sorriso niente male.
Poi man mano uscirono altri indigeni dai cespugli
In breve ci trovammo a disegnar una piantina sulla terra
“Tomòk, Tùk Tùk, Ambarìta” diceva con enfasi il gran capo
“Ambarìta. TùkTùk, Tomòk” noi si rispondeva tutti in coro

Ma niente da fare, c’era in tutto questo un gran mistero,
e il guerriero dai versi gutturali si stava innervosendo
Allora ci affacciamo tutti a guardare a valle indicando
“Ambarìta. TùkTùk, Tomòk” noi si diceva tutti in coro
“Tomòk, Tùk Tùk, Ambarìta” gridava con sfida il grande capo.
Fummo costretti a dar loro ragione pur non capendo.

Capimmo solo dopo. Se tu fai un cerchio su un foglio di carta bianco
e scrivi: “Fiuggi, Torre, Alatri” poi prova a vederlo in trasparenza.
Al contrario, come allo specchio, meglio se come visto ‘dal di sotto’.
Come dire: “Da lì veniamo e lì noi tutti torneremo”, filosofia batak.
Se guardi dal di sotto leggerai “Alatri, Torre, Fiuggi” e non fa una grinza
visto che il mondo a Lago Toba alla rovescia ci andava per davvero.

A confermare la teoria del rovescio poi avvenne l’incidente
Tranquilli, tutto bene, tutto a posto, non successe niente
Un poco di paura, questo si, ma per far rima all’avventura
Si tornava calmi e quatti ridendo come matti,
per il pericolo scampato il collo conservato
a cavallo delle moto quando avvenne il terremoto.

Delle quatto moto di Lago Toba, noi ne affittammo due
Un’altra, sfortuna intercontinentale, la presero due francesi
Ce li trovammo alla svolta di una curva al centro della via
Paolo, che era stato in Inghilterra, andò a destra andando a manca,
Il francese, solito sciovinista, andò a destra andando sulla destra.
Tutto rallentato come un film: fu un inevitabile e fantastico impatto.

Si cadde, su un lato, lentamente, cavalli feriti nella cunetta:
“Io, Sasà, caddi distesa con la moto e la marmitta sul calcagno.”
“Io, Daddo, bloccai subito la moto e dissi a Sandra: scendi.”
e Alessandra scese, ritrovandosi con fango alle ginocchia
Ed è così che finisce dei nostri eroi la splendida avventura
con la marmitta di Sasà e la solita, calda e fresca scottatura.

E

E Paolo il saggio disse: “Qui ci faccio una canzone”.
Il senso è chiaro ed è il senso di ogni viaggio
laddove non si tratta di incoscienza o di coraggio
ma di sognare bene e quindi di essere curiosi
che dietro ogni curva si nasconde una gioia e una durezza
che ogni ricordo sia per tutti noi una nota e una carezza.