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Poi si andava quatti quatti, quasi a quattro zampe, dal Perugino a rubar mele. Era il giusto premio al nostro lavoro di pitturare la fontana con il pennello da barba di papà. Uno per me e uno, più piccolo, per mia sorella. Si intingeva il pennello nell’acqua e si tingeva con calma il cemento, che da chiaro diventava scuro, lucido e bello, con tante venature di grigio, sicuramente più di cinquanta.

 

In quella estate faceva molto caldo, per questo mamma ci lasciava alla fontana. L’acqua, lo sanno tutti, evapora, e noi non si faceva a tempo a finire una parte che già l’altra era asciutta, bisognava ogni volta ricominciare da capo. Un lavoro lungo e prezioso, ci stavamo un intero pomeriggio, poi s’andava a rubar mele dal Perugino, come giusto premio.

Mia sorella andava pazza per le mele, quando io non c’ero, che mamma mi mandava in paese a fare i compiti dagli zii maestri, lei se ne andava in giro bussando alle porte e chiedendo in elemosina pane e mela. Poi si nascondeva sotto la scala e se la mangiava come in un rito.

Per noi la pittura della fontana e la conseguente mela di premio era proprio un rito da sottoscala. Le avevo insegnato come andare quatti quatti senza far rumore fino a infilarsi sotto ai banchi della frutta, poi a tirar fuori la mano e artigliare la mela. La cosa più difficile era scappare. Dovevamo correre, ma senza far rumore sul selciato, non era facile, avevamo un tal fiatone che si doveva trattenere per timore che il Perugino lo sentisse.

Tutto era un gioco, e il gioco, si sa, è bello finché dura, poi quella serenità evaporava come l’acqua sul cemento della fontana. Il gioco è effimero, d’accordo, così come tutte le cose della vita, che una volta bagnate evaporano, in miti o ricordi. Poi si doveva ricominciare da capo. Non ci importava, tanto era un gioco, e poi per premio c’era pure una mela ciascuno.



(Nota: Solo dopo qualche anno sapemmo che mamma ogni sera andava dal Perugino a pagare le mele.)