Al centro commerciale
L’irreparabile accadde una domenica d’autunno, quando Ernesto si accorse di essere realmente malato.Era una bella giornata di sole e di cielo sereno. Il signor Ernesto si svegliò di buon mattino. In casa nulla da mangiare: “Andiamo al mare? Si va alla cooperativa dei pescatori.” L’idea fu accettata con entusiasmo. 

Il mare è a un’ora di viaggio in auto. Tutta la famiglia si preparò con calma e salì in macchina portando stuoie, pallone, bocce, racchette, paletta e secchiello, che non si sa mai.
Arrivarono giusto in tempo per una passeggiata aperitiva sulla spiaggia e poi subito in fila al self service dell’osteria del pesce. Mangiarono antipasto di mare, spaghetti alle vongole, seppie alla griglia e un pò di fritturina tanto per gradire. Bevvero un buon vino bianco e secco. Infine frutta, gelato e un bel caffè. Tutto per quaranta euro, in tre. “Una gran bella mangiata!”
Il signor Ernesto propose quindi di fare una passeggiata digestiva sulla spiaggia. Padre, madre e figlia si tolsero le scarpe, si sfilarono i calzini, si rimboccarono i pantaloni e presero a correre felici verso il mare
superbo. Appena giunti sulla battigia inziarono a saltellare in punta di piedi tra un’onda e l’altra perché l’acqua era gelida e loro avevano appena mangiato.

Il signor Ernesto allora propose di fare insieme qualche camminata Qi Cong. Moglie e figlia per una volta si dissero d’accordo e così fecero l’assalto della tigre, il serpente che striscia, la scimmia che s’arrampica, l’airone bianco che spicca il volo e... Si divertono parecchio. Non c’è niente di più bello di una famigliola che danza lentamente sulla spiaggia, con identici movimenti, lenti, morbidi, che sembra che nuoti nell’aria, che voli in alto con i gabbiani. I piedi che affondano leggeri sul sabbasciuga lasciano un’impronta che subito scompare, e tutto torna come prima. Un bel quadro.
Erano belli. Era tutto bello: il sole invernale, il vento tiepido, l’odore del mare, il vociare delle onde, la solitudine sulla spiaggia, il contatto con la sabbia. E loro si sentivano uniti, in perfetta armonia, tra loro, e con il mare, con il sole, con il cielo, con il tempo. “Non c’è tempo oltre l’orizzonte”.

Tornando verso casa in auto cantavano spensierati ‘Bocca di Rosa’ di Fabrizio De Andrè. “Che cosa mangiamo per cena?” chiese ad un certo punto Ernesto che pensava di aver già ben digerito.
“Non lo so, non abbiamo niente da mangare in casa!” disse sconsolata sua moglie. “Vado sempre di corsa e non ho avuto tempo di fare la spesa.”
“A me piacerebbe il brodino coi cannolicchi”, disse sua figlia dalla pigra masticazione. “Perché non ci fermiamo al centro commerciale a comprare qualcosa?” propose sua moglie.
“D’accordo, tanto bastano dieci minuti!” Esclamò il signor Ernesto.

In un centro commerciale è praticamente impossibile cavarsela in dieci minuti. C’erano tante di quelle auto che parcheggiarono a più di un chilometro di distanza. Dieci minuti ci vollero soltanto per arrivare all’ingresso.
Poi fu come perdersi in un labirinto. Per raggiungere il banco del pane si doveva passare tra televisori, lavastoviglie, radiosveglie, cellulari, vendite rateali, magliette, mutande, detersivi, giocattoli, pannolini, offerte speciali, deodoranti, assorbenti, dopobarba, due più uno, tre per due, merendine girelle nutelle biscotti... Tutti oggetti dai colori vivaci e attraenti, merci ammiccanti, desiderose solo di essere acquistate.
Tutti i prodotti erano appositamente esposti senza alcuna armonia, ogni oggetto cercava di distinguersi dal suo vicino, di separarsi, di prevaricare, provocando quello che tecnicamente si chiama effetto disturbo. E il Signor Ernesto ne era disturbato davvero. Le luci, i colori, l’aria condizionata, la musica in sottofondo, il dlin dlin che invitava all’acquisto di una mozzarella, iniziavano a provocargli un acuto senso di prostrazione che sarebbe potuto finire in un atroce mal di testa. E poi tutta quella gente. Sembrava che il mondo intero si fosse riversato lì.

La domenica è il giorno da dedicare alla famiglia e allo Spirito, così tutti preferiscono andare al centro commerciale, a passeggiare felici, spensierati, desiderosi di esaudire un desiderio, soddisfare un reale bisogno, o almeno vincere la noia di vivere.
C’era tanta di quella gente che il signor Ernesto non riusciva a passare con il carrello, e quel che è peggio non vedeva più sua moglie e sua figlia, si era perso. Tantomeno poteva chiedere a qualcuno: “Scusi. Ha visto per caso mia moglie?” Vide due quarantenni che conosceva, passeggiavano realizzati portando il loro carrello con la stessa attenzione con cui un tempo li aveva visti spingere la carrozzina del loro bimbo. Per non incrociarli deviò in un corridoio parallelo di tovaglioli, fazzoletti e carta igienica.
Si sentiva desolato: “Io non ho nulla di cui sento bisogno”. Ma subito si riprese: “Non devo preoccuparmi, basta un primo acquisto e il resto viene da se”.
Anche lui avrebbe voluto essere come tutte quelle persone indaffarate ad arraffare qualcosa. Si ritrovò a desiderare un regalo da portare a casa la sera per poter dire che anche lui aveva vissuto una giornata felice. Però, uomo miope, non riusciva a mettere a fuoco il suo desiderio. Quel che gli mancava era un oggetto da desiderare, da acquistare, possedere, accumulare. Cominciò a sudare.

Era disperato, gli mancava l’orizzonte. Intanto cercava sua moglie, sua figlia e un angolino dove poter scaricare il peso che ormai gli gonfiava il ventre. Ma dove andare, all’orizzonte non vedeva nemmeno una vela dove vi fosse scritto TOILETTE. Prese a spingere il suo carrello a zig zag tra i corridoi, avrebbe dovuto abbandonarlo, scappare all’aperto. Il mal di testa stava scoppiando, lo sentiva, ecco il dolore all’esterno dell’occhio, ecco il chiodo che lo trafigge alla tempia, ecco il gonfiore alla radice del naso, ecco il tremore, l’ansia, il dolore, le lacrime, il terrore, il panico. I sintoni c’erano tutti: era emicrania.
Si accucciò, protetto dal suo carrello, tra una pila di pomodori in scatola e una di salse precotte in promozione, si strinse forte le tempie per non urlare, respirò profondamente, una, due, tre volte, ora piangeva.
Doveva fare assolutamente qualcosa, forse chiedere aiuto, gridare, ma lui, con calma tremante, preferì tirare fuori la sua agenda, togliere l’elastico, far scattare la penna e scrivere di getto qualcosa.

Scrisse:
Non è possibile portare a casa
il buon calore della sabbia,
accumulare l’odore del mare,
acquistare un etto di sole,
o almeno una porzione di cielo:
non si può possedere il vento.

 

Tratto da "Il Viaggio del Signor Ernesto", romanzo marziale, prima parte, capitolo 5, di Gabriele Daddo Carcano