Sembra passato più di un secolo, eppure io me lo ricordo quando ancora si mangiavano le supposte, e si diceva però che erano amare, e che non scendevano mai giù dal gargarozzo. E quando si aveva l’otite che le si mettevano nell’orecchio, perché, posso dirlo? non si riusciva a capire l’attinenza tra il mal di orecchio e…

Oggi sembra che siano soprattutto le donne a stare in farmacia, ma c’era un tempo in cui per le donne era complicato pure fare la farmacista. Mia madre aveva studiato, ultima femmina di una numerosa famiglia, l’unica che fece l’università.
Suo padre era un buon sarto, prima della guerra aveva lavorato per il re pur non avendo la tessera del fascio. Così lei aveva potuto studiare.
Aveva frequentato il liceo tra le bombe della guerra, studiato greco e latino tra i sacchi di farina e le otri di olio celate in una grotta ai soldati tedeschi. Poi la guerra finì e lei dette l’esame.
Raccontava che in quei tempi si portava il programma intero dei tre anni, e che lei, abitando vicino all’istituto dei Conti Gentili, fu inviata a casa a prendere il libro di letteratura greca del primo anno, e che dovette tradurre all’impronta Mimnerno. Anche a scuola, si sa, quelli erano altri tempi.

Finita la guerra Arcangelo, suo padre il sarto, intuendo che il suo mestiere sarebbe stato scavalcato dall’industria, decise di investire i suoi risparmi per aprire un Tabacchi-Libreria sulla via del Corso.
«Tabacchi e libri – diceva - non moriranno mai.» Penso che sui primi avesse ragione, sui secondi personalmente ho ora qualche dubbio. Comunque occorreva procacciar libri, andare a Roma, avanti e indietro, ogni settimana.
Era un bel viaggio, ma per mia madre fu una gran fortuna, perché poteva andare e tornare dalla capitale, quindi iscriversi all’università. Scelse legge, che lei aveva una gran bella parlantina, chi l’ha conosciuta lo sa.
Ma il suo papà presto s’accorse che tra codici e codicilli lei si sentiva prigioniera. Così sul letto di morte la pregò di cambiare, di seguire il suo istinto, che scegliesse pure la chimica, il farmaco, la salute in farmacia.
E così Giovanna andava e tornava da Roma, coi suoi appunti di chimica e con i libri destinati alla vendita. Chissà se libri, chimica e commercio non siano stati ben bene miscelati in lei dal continuo rollio delle ruote di un carro.

Era comunque, non dimentichiamolo, una donna, e per questo aveva timore. Aveva preso l’abitudine di nascondere il denaro nelle scarpe, ma un giorno, per il troppo camminare, quando si trovò a pagar la commissione, scoprì che le sue mille lire eran ridotte a stracci, ormai inservibili, e pianse.
A Roma la studentessa Giovanna sostava da suoi cugini lontani. Io me lo ricordo uno di loro, perché una volta venne a casa ad aggiustar cose, che si diceva fosse un genio con le mani.
Era alto, sempre sorridente, scherzava e giocava con me, che ero piccolo di statura ed età, ma mi trattava come un ‘ometto già grande’.
Lo ricordo perché il mio sguardo arrivava all’altezza della sua cintola, che era tenuta da uno spago legato con il nodo dei marinai, e che poi lui mi insegnò anche come fare. Lo ricordo bene perché per me è diventata metafora della dignità di quegli anni

Avanti e indietro, Alatri Roma Roma Alatri, e Giovanna si laureò. I primi tempi continuò a lavorare nella Libreria-Tabacchi di famiglia, ed è li che conobbe mio padre, il quale, impiegato alla banca, un po’ tartagliava per lo stress. Una sera, come ogni sera uscendo dal lavoro, entrò a comprare le sue solite tre sigarette senza filtro.
Approfittando di esser l’unico cliente, tartagliando per l’emozione, si rivolse a mia madre:
«Gio…Gio…Gio và…. Te… Te… de… de…vo dì...»
Giovanna non lo fece finire. «Ho capito Enrì. Fanno due soldi.»
Quello sconto, al prezzo di costo, fu l’incipit di un grande amore durato oltre il ‘finchè morte non vi separi'.

La Dottoressa Giovanna Cataldi iniziò la sua professione come dipendente in una farmacia al Trivio, su una via lastricata da mattoni di lava.
Di quel periodo conosco un solo ricordo: un cassettino, nascosto e chiuso a chiave, ripieno di anelli e fedi d’oro, lasciati in pegno da coloro che non avevano altro da dare per ottenere in cambio la medicina.
Conosco tale episodio perché avrebbe avuto per Giovanna il significato della indignazione e della promessa che non avrebbe mai e poi mai speculato sul dolore. Poi arrivò la nostra prima autovettura, una topolino color grigio topo, sulla quale partivamo in tre, mia madre che guidava, io, ometto viaggiatore di cinque anni, sul sedile di fianco, e mia sorella di pochi mesi sistemata in una culla sul sedile di dietro.
Mamma ora aveva aperto una farmaciola in un paese lontano, quindici chilometri da casa, e ogni giorno, con ogni tempo, noi s’andava. Anche con la neve, che una volta la macchina fece giravolta sul ghiaccio e finì sulle rotaie del trenino. Mamma non si scompose, riaccese il motore e s’avviò, in senso contrario, di nuovo verso casa. Quel giorno fu gran festa, giocammo tutto il giorno e a pranzo venne papà.

Io aiutavo mamma e imparai i numeri a far data sulle ricette rosa dell’INAM. Mi sedevo su un tavolinetto all’angolo e osservavo mia madre. Ogni mattina lei si metteva a pulire di tutto punto, scopava a terra, lavava il banco, spolverava tutti gli scaffali spostando ogni volta le scatolette, che erano tante.
Poi, appena finito, prendeva della carta, una piccola busta, due scatolette, li stropicciava ben bene e li gettava a terra. Tale comportamento mi sembrava assurdo e ingiusto, e un giorno glielo dissi: «Mamma, perché tu prima pulisci e subito dopo poi sporchi, e invece se lo faccio io a casa…»
Fu allora che mi impartì il suo primo insegnamento di Marketing: «La gente va sempre dove va altra gente.» Di lezioni poi ne ebbi a sufficienza, di Marketing, Farmacologia, Botanica, Chimica, Greco e Religione. La sua curiosità era come quella di una bimba, non si fermava mai, a sessant’anni scoprì l’omeopatia, la floriterapia e l’informatica.
Quando avevamo passato tre anni in una farmacia di campagna, dove i clienti era più animali che uomini, lei si mise a studiare veterinaria. Ha attaccato a noi figli il virus dell’autodidatta.

Infine giungemmo sui monti, in un paese termale, dove in quei tempi si lavorava fino a notte, e tutti, anche i ragazzi dovevano dare una mano, nei negozi, negli alberghi, nelle pensioni. Era il tempo del boom economico.
Mamma non si fermava mai, lavorava tutto il giorno, il pomeriggio si dedicava alle ricette e al magazzino, la sera davanti alla tv riusciva a fare cinque cose contemporaneamente: leggeva una rivista, scriveva delle lettere, lavorava al piccolo punto, guardava la tv e faceva da sola una partita a carte dove vinceva sempre perchè imbrogliava.
Ovunque si andasse era il suo posto, qualsiasi cosa accadesse, nella vita sua e in quella degli altri, bella o brutta che fosse, per lei era sempre un buon insegnamento. Il suo ultimo regalo fu un moderno concetto di farmaco. In quei mesi mamma mi diceva: «Il medicinale più efficace e meno dannoso è sicuramente il Gesto di Cuore.»

Sul principio pensai fosse una reazione emotiva, provocata dal dolore della perdita del figlio minore, Paolo, morto di colpo in un incidente stradale. Le ne fu scioccata; penso che nella vita non ci sia nulla di peggio che la scomparsa di colui che è destinato a sopravviverti.
Ma solo ora ho compreso che l’intuitiva Giovanna aveva anticipato la scienza. Per questo ora io scrivo.

 

Tratto da "La dottoressa Giovanna", in ricordo di mia madre, da Gabriele Carcano

 

La Dottoressa Giovanna