Anteprime

Il Grido

Quel che mi capita, e non più solo negli incubi notturni, è il ricordo improvviso di un famoso quadro di Munch che occupa tutto lo spazio visivo e lascia senza fiato. L’incubo è precipitare nel vuoto e non potersi fermare, restare incatenato, tentare un grido ma l’urlo si blocca nel gozzo.
Mi capita sempre più spesso, anche di giorno. Ma non mi fermo, continuo a camminare nel terrore dell’abisso. Pensavo fosse una mia malattia di depressione e stress, poi l’ho rivisto per strada nello sguardo di tanti, nel loro incedere indifferente, nel vuoto dei loro occhi senza orizzonti, nelle voci senza più parole.


Oggi, quando sono entrato, era stracontento. Vorrei dire ‘felice’ se non fosse una parola grossa. Eppure quel volto sereno, quel largo sorriso, la brillantezza del suo sguardo, dovrebbero essere descritti proprio con quella parola ormai irrimediabilmente spot-tanata.
Arturo mi accoglie facendo un balzo dalla sedia e predisponendosi all’abbraccio. Mi assalta con un fuggevole bacio di lato, come suo solito, ma stavolta scivola con le labbra verso il mio orecchio. Poi con un lieve sussurro, allargando la lettera ‘a’ come un vento fugace: “Ci siamo!”

«L’Arte è l’arma migliore contro ogni disintegrazione»

 Un’ottima dimostrazione di questo assunto ci è stata offerta da Francesco, Luca e tutti i componenti del gruppo ScuolaTeatro con la rappresentazione di Medea, tragedia di Euripide, in seno ad un progetto del Liceo Dante Alighieri. Il MIUR, ministero dell’istruzione, in concerto con la UE, stanno oggi proponendo il tema della “integrazione” e della “inclusione” per favorire progetti a breve e lungo termine.

Che cosa è una malattia mentale. Marco, prima di rinunciare ad ogni cura, era ospite del centro. Ci ja regalato due racconti che meglio di ogni esperto può farci comprendere la sua sofferenza, tale che a 46 anni gliela ha data vinta. Grazie Marco.

La Storia del Sonnambulo
“Se tu accechi un leone, lui ti si mangia”

Sono stanco. Sono rimbambito dal sonno. Ho bisogno di dormire, molto. Di fare quel che voglio. Libero di mente, fresca. E di non pensare a niente, magari fumare una sigaretta al bar.


Cammina lento e dritto, è grosso e basso, trasandato, lo si incontra spesso in piazza, che lui chiama agorà, o lo si trova sull’ultima panchina in fondo al parco, dove sembra che viva, ma non è un clochard. Cammina piano, contando i passi, ha i capelli lunghi, bianchi, tagliati male, mangia pasti frugali e chiede ai passanti un euro per comprare una birra, ma non è un barbone. Sorride sempre, ha gli occhi vispi di un bimbo e la battuta pronta, lo cercano in tanti, perché lui parla con tutti, anzi chiede e attende risposte, ascolta in silenzio e sorride, ma non è il matto del villaggio.


Io ho un amico (di cui per ovvie ragioni di privacy non posso fare il nome) che ho conosciuto tempo fa in un centro di igiene mentale dove offro la mia opera di mentitore. Roberto (ancora più ovvio che si tratta di un nome di comodo letterario) era finito al centro diurno per una storia di ordinaria follia che lo aveva fatto letteralmente uscire di testa. In pratica si era trovato, nel bel mezzo del cammino della sua vita, in una selva avvocatizia, tra cause e controcause da cui sperava di ottenere giustizia. Invece lo avevano gettato giorno dopo giorno nella più nera depressione. Intolleranza alla prevaricazione a alla iniquità, questa fu la diagnosi quando fu ricoverato d’urgenza in psichiatria. Roberto sorrise: “Oltre il danno la beffa”, o meglio, si disse tra sé, “Col culo rotto e senza cerase”.

Questa è la storia minima di un piccolo paese, uno come tanti, che ha avuto la fortuna e l’onere di custodire ricchezze naturali. Ma dove c’è miele arrivano le mosche, dove c’è formaggio arrivano i topi, dove c’è odore di soldi i cuori diventano salvadanai. Nessun problema, è sempre la solita eterna storia di Davide contro Golia, sempre la solita favola del lupo affamato e dell’orco cattivo. Ma chissà perché noi siamo ancora qui. Chissà come la storia va avanti.


Un volenteroso amico, Ema P., mi ha raccontato una storia che ha destato in me enorme meraviglia, per la bellezza della natura, e vergogna, per non esserne mai stato mai così cosciente e grato. Passo subito al racconto di Ema P. in prima persona. La scena si svolge su un viale alberato di un paese in collina, due amici di facce e di storie diverse passeggiano tranquillamente cercando nel francese parole comuni.. Il primo è giovane, tredici anni, nero, che ancora non ha perso la curiosità dei bambini, l’altro è più anziano, pallido, che appartiene ad un’età che compra e non apprezza.