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IL LAVORO È UNA FESTA!
Questi miei pensieri sono stimolati dal Concerto del Primo Maggio in TV e dalla mia partecipazione ad un Tavolo sul Disagio promosso dalla Fiuggi Civica. In questo incontro, parafrasando un motto cinese, si è detto: «Non è tanto importante COSA si fa, quanto COME lo si fa» È un concetto che ho trovato interessante perché in questo modo un programma amministrativo non è più uno sterile elenco di promesse elettorali, ma sposta l’attenzione sul “Metodo”, cioè su come rendere fattibili operazioni che sembrano “Utopia”.
A me i sogni piacciono, non mi tiro mai indietro, mi piace avere un orizzonte, meglio se condiviso. Non costa niente.

Faccio un passo e lui si allontana, ma almeno so in che direzione camminare, possibilmente insieme ad altri. Questa volta però non è una promessa elettorale perché il “Metodo” l’ho già sperimentato nella creazione della “Rete Vivi Fiuggi”, a cui ho partecipato in quanto ‘imprenditore”. E la salute economica del mio paese mi sta a cuore.

LA RETE VIVI FIUGGI
È una Rete di 33 imprenditori, da albergatori a commerciati e professionisti, che insieme hanno prodotto un progetto partecipando ad un bando regionale e vincendo 100.000 euro. Non solo, abbiamo poi vinto una gara tra progetti e altri 30.000 euro.Tutti da spendere per la nostra città.
Come? Abbiamo appunto un progetto dettagliato così bene che siamo arrivati quarti in graduatoria. Siamo forti, chi dice cha a Fiuggi non ci sono eccellenze non conosce Fiuggi. L’idea di Fabrizio Martini ed Elisa Costantini di «Creare una realtà che sopravviva al dinamismo schizofrenico della politica» ha di fatto resistito ad una crisi comunale e a più di un anno di commissariamento.
La mia reazione quando sono stato invitato al primo incontro della Rete è stato: «Questo è un sogno», ma sono stato smentito dai fatti .«la Rete è una realtà indipendente dalla politica, formata da soli cittadini con partita iva». Vedremo ora come sapremo gestirla, dipende da noi e non potremo dare più la colpa ai partiti.

UN METODO PROGRAMMATICO
Sembra quindi ovvio che questa esperienza possa tradursi in programma amministrativo. Non vedo alcuna contraddizione con il sogno di un Paese vivibile e sereno, possibilmente ricco e capace di dare spazio ai nostri giovani. Basta seguire le fasi fondamentali. Si parte dalla osservazione che «Chi può indicare una soluzione di un problema (sociale, sanitario, economico) è sopratutti chi lo vive e sa» Ad esempio io, in quanto presidente della Associazione “CantiereSalute onlus” che dal 1998 studia appunto i problemi di disagio psico-motorio, sono stato invitato a partecipare al “Tavolo sul Disagio”. C’erano altre associazioni che si occupano di solidarietà ed hanno molto da dire, anche se finora poco ascoltate. Si è dedotto che «una Amministrazione dovrebbe innanzitutto mettere a disposizione spazi, competenze e assistenza per coordinare e rendere sinergiche le potenzialità del nostro paese in modo da affrontare con efficienza ogni forma di disagio».

CONDIVISIONE E SINERGIA
Altro presupposto è che in una Rete ognuno mantiene la propria indipendenza organizzativa e operativa. Il problema reale è rendere coerente ogni azione in un progetto comune, che poi sarebbe il compito proprio della politica se fosse sana.
«Condivisione e non più Concorrenza» questo è il paradigma del prossimo futuro. «O ci mettiamo in catene o facciamo rete», non c’è alternativa, o da una parte o dall’altra, ed è una scelta a cui nessuno può sottrarsi, anche se inconsapevolmente per interesse o per sudditanza
Io, per coerenza professionale (di mestiere faccio il farmacista) non posso fare che una scelta: «Una cellula che si mette in concorrenza con le altre viene scientificamente definita tumorale». Se io continuassi a mettermi in concorrenza con il mio vicino diventerei una metastasi.
Infatti, il concetto di «fare rete» presuppone che ogni crescita (personale, culturale, economica) nasce dalla condivisione. Chi fa il fegato, chi fa la milza, chi fa il polmone… tutti insieme determinano la salute di un organismo, anche l’alluce, senza il quale non si può camminare.

IL TURISMO DEL BENESSERE
Lo Star Bene: «Per promuovere il turismo del Benessere dobbiamo stare bene prima noi.» Questo non ricordo chi lo ha detto, l’ho sentito dire ad uno dei Tavoli. È vero: per saper vendere una cosa occorre prima conoscerla. Che cosa significa “star bene”, possibilmente sereni anche in caso di malattia, e magari ricchi, perché no, anche di quella ricchezza interna che ama e rispetta la Bellezza? «Vogliamo un paese sano».Potrebbe essere uno slogan».
«Cominciamo a star bene noi per poter vendere benessere», chi lo ha detto forse non si è accorto di aver detto una cosa stupenda. Non è egoismo, ma assunzione di responsabilità. Ed è anche una via per creare ‘lavoro’. Ci siamo: è questione di metodo. Il passo successivo è stato che per affrontare il disagio abbiamo bisogno di persone in grado di affrontarlo con passione e competenza. E qui viene il bello, perché io non sapevo il nostro paese così ricco di persone in gamba.

IL VOLONTARIATO
Non c’è realtà più bella nel nostro paese di chi si occupa di “Volontariato”. Ho letto di una ricerca americana che «le persone felici fanno almeno due ore a settimana di “Prosocialità”». Ma il volontariato, diciamolo, sopporta oggi il peso più gravoso e importante di questa nostra società orientata al mercato. Il volontario è sin troppo spesso a contatto con il dolore, quello vero, ma ancor più spesso non viene ascoltato né aiutato.
Sono in tanti, dalla banda al teatro, dalla ANCDA alla Caritas all’Unitalsi e via dicendo, fino al nostro piccolo “CantiereSalute”. Siamo in tanti, e stiamo producendo pian piano una gioventù che sarebbe in grado di trasformare passione in lavoro se solo ne avesse l’opportunità. Perché purtroppo di volontariato non si vive. La differenza tra il volontario e il lavoratore è che il primo può anche non andare,può scegliere, può non alzarsi una mattina se non ce la fa, il secondo ha preso un impegno, con qualsiasi tempo, deve rispettarlo, diventa impegno e il lavoro che deve essere retribuito.
Ed ecco allora che arriviamo all’importanza della “Formazione”, ma prima di parlarne occorre chiarire un gravoso equivoco sul termine “Lavoro”.

UN LAVORO CHE PIACCIA
Questo termine “Lavoro”, viene dal latino “Labor” e viene solitamente unito al concetto di “Fatica”, tanto che i napoletani per dire vanno al lavoro dicono «Iamm a fatigà». In realtà il termine proviene dal greco “Poiesis” che significa «Fare, manipolare ‘argilla». Ma per fare un vaso con l’argilla serve la “Teknè”, un termine che i romani tradussero con “Ars”. Insomma per lavorare occorre l’Arte, non a caso i veri lavoratori sono “artigiani”. SI dice che il 65% dei nuovi lavori ancora non sono stati inventati. Perché non dare ai nostri giovani ‘opportunità di “inventare” il loro lavoro partendo da una forte passione che li spinge persino al volontariato? Che cosa è oggi questa moda delle Start Up? Perché non giocare anche noi?
Passione, volontà, formazione, un lavoro che piaccia. Non è questa una formula vincente? La Natura dimostra e ci insegna come si può ottenere «la massima efficacia con la minima fatica». La Natura è pigra, ogni cosa avviene facendo la minima fatica possibile. Eppure quante bellezze è in grado di produrre? In questo modo, sinergicamente, naturalmente, potremmo ottenere un risultato a metà prezzo, di questi tempi una cosa non male.

LA FORMAZIONE
Ecco che stimolare i nostri ragazzi alla formazione in qualsiasi arte (anche in quella di marketing e in digitale) per essere in grado di recepire le nuove esigenze, coordinare soluzioni e renderle progetto, diventa automaticamente una possibilità di creare “lavoro”. Mettere in rete imprese, associazioni, professionisti, artigiani e via dicendo che possano indicare i problemi e stimolare soluzioni praticabili, non è facile, occorre saper lavorare in gruppo, coordinarsi. Al riguardo ci sono mille master e corsi di formazione, non c’è altro che scegliere. Oggi anche per fare una vetrina occorre un vetrinista, per fare una pagina facebook ci vuole chi ci capisce, per accudire un malato chi sa dove mettere le mani, per andare in scena bisogna conoscere la respirazione addominale, eccetera eccetera. Senza formazione oggi non si va da nessuna parte. Ma la formazione ha un senso solo se poi si trova lavoro.

L’OFFERTA
Le statistiche dicono che il 60% della popolazione italiana soffre di disagio. Bene, ricreiamo un paese dove la gente possa sentirsi a suo agio. Ecco che torna l’intuizione precedente: «Se stiamo bene noi possiamo vendere benessere»
D’altronde la “destinazione” del nostro turismo non può che essere legato alla Salute, siamo e restiamo il paese dell’Acqua.
Ma «non solo di acqua vive l’’uomo», l’offerta turistica oggi si è allargata a vari settori, ambientale, congressuale, storico, culturale… Il “monoprodotto” è morto, non vende più. Occorre quindi diversificare l’offerta, creare nuovi servizi e quindi nuovi lavori per un pacchetto turistico all’avanguardia ricominciando da noi.
Per questo ritengo benefico il metodo proposto dalla Fiuggi Civica: acquisizione dei problemi, partecipazione alla analisi e allo studio di possibili soluzioni, creazione di reti solidali, formazione di personale adatto e quindi ricerca di fondi tramite progetti capaci di vincere tutti i bandi europei, con la conseguenza di creare lavoro per una offerta turistica di qualità.

LA CULTURA
Questa è l’aria di novità che ho colto partecipando ai tavoli di Fiuggi Civica in qualità di “presidente” di una associazione che si occupa di disagio, in particolare psico-motorio e neurodegenerativo.
Questo è il metodo che ho personalmente sperimentato partecipando, in quanto “imprenditore”, alla Rete VIviFiuggi, in un momento in cui, devo ammetterlo, sono un tantino preoccupato per il futuro della mia azienda.
Questo è quanto sono riuscito a scrivere in quanto “intellettuale” assolutamente scevro dai meccanismi mentali della politica. Ma questo è un argomento che ripeto da più di venti anni e stenta ad essere compreso.
Visto che si parla di tavoli sia allora ben chiaro un concetto sociologico: «Un tavolo si regge su tre gambe: politica, economia, cultura. Se una delle tre gambe è più corta il tavolo zoppica.»
In questo nuovo millennio abbiamo una cultura totalmente asservita alla politica e alla economia. Infatti nessuno ci capisce più niente, non abbiamo orizzonti, sogni, speranze, siamo tutti trattati da sudditi replicanti, il tavolo non sta in piedi e il nostro PIL langue.

RIVENDICO
Rivendico quindi ad alta voce il mio ruolo di “professionista”. Lo faccio dal 1990, ancor prima di chiudere per sempre con la politica (vedi Fiuggi x Fiuggi).
Ricordo che un giorno scrissi al dottor Ciarrapico un biglietto: «Egregio dottore, per me un’aspirina è uguale per un fascista e un comunista mentre è diversa per un cardiopatico e un gastropatico».
Ognuno faccia il suo mestiere. Da costui, devo riconoscerlo, da allora ebbi rispetto. Non vedo perché non chiederlo anche a coloro che, praticanti di una politica scontata,continuano a buttare via il bambino con l’acqua sporca e a giocare al totocandidato come se si trattasse di fare il tifo per una squadra di calcio.
In quanto imprenditore sono stato chiamato a partecipare ad una Rete di imprese; in quanto professionista sono stato invitato a partecipare ad un tavolo sul disagio; in quanto intellettuale sento il dovere di recepire i bisogni della cittadinanza e trovare terapie. Non mi sono mai tirato indietro ad alcuna richiesta reale. Se altri aspettano le direttiva dall’alto del loro partito non è colpa mia.  Ho si sicuro le mie idee politiche, ma tra destra e sinistra sono obbligato ad andare oltre, ci sono principi che in Natura che non hanno sesso: «LA SALUTE È DI TUTTI»