Avanza la Marea Nera

Avanza Avanza la Marea Nera / Si danza si danza con le scarpe rotte / Si gozzoviglia da mattina a sera / Un parapiglia che ormai è notte
Così cantava nei primi di maggio del 1453 un poeta bizantino di nome Baracca Obam. In quel tempo ciò che era stato del ricco Impero d’ Oriente era limitato alle mura di Costantinopoli. La Marea Nera avanzava, Maometto II era alle porte, eppure la casta bizantina vivacchiava tra feste e festini, a vestirsi d’oro, a costruire palazzi.
L’Impero Romano d’Oriente aveva meritato la sua sorte, da secoli sopravviveva intento a godere le delizie del suo splendido tramonto, così come era stato per Roma ai tempi di Goti e Longobardi. L’economia era allo sfacelo, anche se si faceva finta di nulla ripetendo: “Siamo ottimisti.” L’agricoltura era stata lasciata a se stessa preferendo costruire palazzi. Gli agrari erano ostili ad ogni riforma che mettesse in discussione i loro privilegi. La disoccupazione era alta. Il commercio era ormai delegato alle famiglie di Venezia, Genova, Pisa, che godevano di franchigie e privilegi, poco avevano dato alle casse imperiali e di fatto costituivano uno stato nello stato. Il Basileus aveva timore a promulgare qualsiasi legge riequilibratrice temendo rappresaglie. Per quadrare i bilanci i Paleologi ridussero tutte le spese tranne quelle della casta che per contro prosciugava le casse statali senza rendersi conto che in tal modo avviava il Paese al suicidio. Infine il proletariato era iroso, riottoso, xenofobo, iniettato di odio contro la casta e facile preda di demagogiche ‘istanze’ egalitarie e federaliste.
Questa era la situazione, eppure a Costantinopoli si faceva fina di nulla. “Tutto va bene. La situazione è sotto controllo. Stiamo meglio di Roma.” Ad ogni battaglia perduta facevano eco nei favolosi saloni di Costantinopoli sontuosi banchetti, danze e balli, feste da “Mille e una notte”. Inflazione e ricevimenti si susseguivano allo stesso ritmo. Nuovi edifici sorgevano ogni giorno. Il Palazzo era una fantasmagoria di ori, mosaici, drappi di damasco, tappeti trapunti di gemme e carrozze blu. Imperatori, imperatrici, dignitari e cortigiani indossavano vesti firmate con ampi panneggi trapunte d’oro e tempestate di pietre preziose. I cantori cantavano antiche gesta e rappresentavano al popolo una situazione del tutto virtuale. Tutti facevano a gara per partecipare alle riunioni sull’isola dei famosi antestante a Bisanzio. Ogni volta che cadeva una città si ripeteva allo spasimo: “ A noi non ci tange, la nostra struttura è solida. Non credete ai traditori pagati dal nemico. Su di loro cadrà la nostra mannaia.”
Quando alla vigilia di Pasqua del 1453 gli abitanti di Costantinopoli furono messi in allarme dall’annuncio che una marea turco-nera di centocinquantamila uomini in pieno assetto di guerra stava marciando alla volta della città, i dignitari esclamarono in coro” Uahh!!! E che succede?! Questo non era previsto. Non vale.” Alcuni fuggirono, altri si predisposero alla difesa. Sembra che il Basileus si spogliò delle insegne imperiali e si buttò nella mischia. Probabilmente vi perì, suggellando con un gesto nobile la liquidazione di una casta che da due secoli non ne aveva compiuto nessuno. Ma questa è storia di altri tempi.
Nota. Ogni riferimento a fatti, persone, episodi, situazioni attuali è puramente voluto.
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