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L'Ultimo Sigillo

intervista a Paolo Portone

Cosa s’intende con il termine apocalisse?
Qualche anno fa, una nota esperta di patristica si domandava come mai alla sorprendente fortuna del termine apocalisse non corrispondesse, in realtà, una conoscenza esatta del suo significato. Anche negli ambienti specialistici, la studiosa lamentava una persistente confusione fra l’Apocalisse canonica, con “l’A maiuscola”, nel suo originario senso di rivelazione delle cose future, dal greco apokàlypsis, e la sua derivazione nell’accezione comune come sinonimo di catastrofe “apocalisse con l’a minuscola”.

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Ma cosa ha prodotto questo fraintendimento?
Senza dubbio la sua scarsa conoscenza, specie in ambito cattolico, tradizionalmente poco avvezzo ai testi sacri; la scarsa familiarità con lo scritto profetico attribuito a Giovanni ha avuto un peso decisivo come, d’altro canto, alla sua comprensione non hanno giovato né la ridotta utilizzazione nella liturgia romana, per non parlare di quella ortodossa, dove è addirittura assente, né le questioni esegetiche, originate dal linguaggio oscuro tipico degli oracoli, e la congerie di interpretazioni che ne sono derivate, spesso in contrasto tra loro.
All’origine dell’uso improprio dell’Apocalisse sarebbe dunque la natura stessa, ambigua e sfuggente, dell’opera profetica, sulla quale si sono esercitati gli ingegni dei Padri della Chiesa e d’interpreti di varia estrazione dottrinale, cattolica ed evangelica, senza giungere ad un modello universalmente accettato di lettura

Perché l’Apocalisse,nel suo duplice significato,continua ad essere una delle fantasie più longeve del nostro immaginario collettivo?
Il revival della fine del mondo,nelle sue infinte declinazioni, non può essere imputato esclusivamente all’allarmismo dei media e ai fanatici dell’Apocalisse. D’altra parte la società occidentale, secolarizzata ,non è immune per principio dall’idea della consumazione dei tempi. Non è certo l’attuale supremazia scientifica e tecnologica ad aver come d’incanto dissolto quelle ancestrali paure che un cataclisma o una guerra sono in grado di ridestare nel profondo della società evoluta e pragmatica del XXI secolo. Al contrario, è proprio in questo tipo di contesto sociale e culturale, che il rischio di una nuova ondata escatologica è paradossalmente più elevato. Lungi dal riguardare marginali gruppuscoli di fanatici neomillenaristi, esso potrebbe interessare in un prossimo futuro l’Occidente cristianizzato nel suo complesso. E’ proprio nel generale ritorno del rimosso, in primis del sentimento religioso, originato dalla frantumazione delle certezze scientifiche ed economiche, che vi è spazio nella società occidentale, come in altri paesi cristianizzati, per una nuova stagione apocalittica, di cui le sette salvifico – messianiche sono solo, per così dire, la punta emergente, nonostante i silenzi e i diversi orientamenti della teologia ufficiale

L’escatologia apocalittica rappresenta un unicum nella storia delle religioni?

Rispetto alle altre concezioni escatologiche fin qui analizzate, quella cristiana diede una risposta altamente specializzata al “disagio di fronte al tempo” e alla “crisi della presenza”: la catastrofe cosmica degli indios brasiliani, l’apocatastasi degli antichi politeisti rappresentano altrettanti stadi di una concezione escatologica ,se si vuole adottare una prospettiva evoluzionista, che trova nell’Apocalisse una compiuta manifestazione. La grande speranza dei cristiani, scrisse D. H. Lawrence, divenne “la misura stessa della loro totale disperazione”.
Intere generazioni di cristiani si sono così succedute nei secoli con l’idea che nei terribili eventi del loro tempo si celassero i segni profetizzati nella rivelazione, e dunque l’approssimarsi della promessa agognata del ritorno di Cristo. Il linguaggio simbolico e immaginifico “di non immediata e facile comprensione” con cui è stata scritta l’Apocalisse li autorizzò, ad ogni sintomo di crisi, a ritenere prossimo il compimento delle sue profezie, allungando il fantasma nel mondo cristianizzato di un’apocalisse permanente e strutturale , con risultati sorprendenti. Sul piano dell’operatività storica, l’escatologia apocalittica con la sua teologia consolatoria e revanscista ridusse infatti al minimo la possibilità che crisi “acculturative” (persecuzioni religiose, invasioni, ma anche guerre e contrasti politici) potessero annullare le identità storiche, religiose ed etniche, come invece accadde ai Tupinamba del Brasile con la colonizzazione. La particolare visione in essa elaborata la rese una perfetta teologia per i momenti difficili, alla quale, anche dopo la fine delle persecuzioni, continueranno ad appellarsi tutti i “pensierosi ed i perseguitati di ogni tempo” evitando il rischio, nell’impossibilità di vivere in un mondo senza senso, di auto cancellarsi dalla storia, come in effetti successe agli indios in fuga dagli Occidentali.

Quali sono i tratti salienti del grandioso affresco consegnatoci nella Rivelazione di Giovanni?

Dopo la sanguinosa sconfitta della bestia e dello pseudoprofeta per mano del “Fedele” e “Verace (Ap.19) la rivelazione del veggente di Patmos si avvicina al suo culmine: il serpente antico, “quello che è chiamato il Diavolo o Satana”, è incatenato e gettato nell’abisso affinché non possa più sedurre i popoli della terra sino al compimento di mille anni, trascorsi i quali “dovrà essere sciolto” per un tempo breve. Prima di allora sulla terra avverrà la prima resurrezione, quella delle anime dei martiri che non hanno venerato la bestia e la sua effigie, “né hanno ricevuto il marchio sulla fronte o sulla mano”; questi “Beati e Santi” saranno “sacerdoti di Dio” e parteciperanno con Cristo in un regno terrestre della durata di mille anni (Ap.20.1-6). E’ questo il millennio che precederà gli ultimi eventi della storia umana, i cosiddetti nuovissimi: la resurrezione finale, il giudizio universale, la consumazione della terra e del cielo attuali e la discesa della “nuova Gerusalemme” (Ap.20.7-11; 11-14; 21; 22.1-5).

Quali altri significati può assumere nella nostra società la fantasia apocalittica?
Nonostante le censure ecclesiastiche nei confronti del millenarismo, la progressiva presa di distanze della teologia ufficiale dal “pensiero prospettico” dell’Apocalisse, e il suo depotenziamento simbolico operato con la lettura spiritualistica di Agostino, il libro profetico mantenne intatta la sua carica eversiva nei confronti del secolo, rinnovando ad ogni generazione “l’afflato utopico” di liberazione dai vincoli terrestri, garantendo agli scontenti e ai delusi un risarcimento morale per il male patito. Promessa di giustizia, di rinnovamento e di felicità che si mantenne sull’orizzonte dell’Occidente cristianizzato fino alle soglie del XX secolo, quando il progresso scientifico e tecnologico e l’affermazione di nuove idee di liberazione, laiche, spazzarono via le antiche cosmogonie. La tensione escatologica si sarebbe così assopita al fondo della coscienza dell’uomo civilizzato, esorcizzata dai successi della scienza e dall’indubbio miglioramento delle condizioni materiali, salvo riaffacciarsi come pulsione “irrazionale” senza riscatto, quando il sistema di rassicurazioni e di certezze su cui poggia la sicurezza dei contemporanei mostra preoccupanti segni di cedimento.
Molti studiosi concordano sull’affievolimento nel mondo occidentale del motus spei, inteso come attesa collettiva. E’ come se l’Apocalisse tanto temuta al cambio millenario precedente, fosse svanita perché la persona non è più capace o rifiuta di sentirsi parte della società degli umani. In un panorama di raggelante indifferenza il mondo sembra attendere l’irreparabile o la continuità del proprio benessere, rinchiudendosi nella propria individualità: la paura della fine, la crisi della presenza nella storia si manifesta non più in una coerente cornice mitica in grado di riscattare culturalmente il dramma esistenziale, ma danno luogo a una miriade di apocalissi individuali, caratterizzate da patologie in cui dominano i deliri intimi, microcosmici, le sindromi sensitive, i contenuti persecutori, di colpa, le attribuzioni di significato riferite alla propria persona ovvero da quel disagio improvviso che la moderna psichiatria definisce attacco di panico : “quando tutto sembra venir meno all’improvviso, crolla la certezza della salute; il vissuto è descritto come fine del mondo, del proprio mondo interno; il corpo tremante si raccoglie, si restringe in posizione fetale e si accovaccia sul pavimento cercando in questo geotropismo di attaccarsi strettamente alla terra per attenuare il terrore”.

 

Scritto da Paolo Portone  
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