GiroGirotondo Casca il Mondo

Terza elementare a tempo pieno, ultimo giorno di scuola, si festeggia. Alle 14 una telefonata ci avverte che “non è successo niente ma c’è stato un incidente.” Corriamo a scuola, ci passano un fazzoletto di carta con dentro pezzi dente, uno che si riconosce proprio che è un dente. “Dov’è!” Laggiù in fondo alla classe, con una busta di ghiaccio sulla bocca. Lei tenta di sorridere, il suo viso è tumefatto. Facendo girotondo è infine cascata davvero a terra a faccia in giù, due denti spezzati e due corrotti. Quale dovrebbe essere la reazione di due genitori?
Penso di condividere con tutti voi che non si sia cosa più atroce che vedere un bimbo che soffre o che muore, se quel bimbo poi è il proprio figlio… Quale è la reazione di due genitori? E’ quello il momento che il fiato si sospende, che il tempo si ferma, che lo spazio è solo nostro figlio. Ed entra la presenza. Il primo pensiero è amarla, rassicurala, calmarsi. “Non è niente, stai tranquilla.” E ci accorgiamo che lo stiamo dicendo a noi stessi, finalmente si comprende cosa significa ‘compassione’.
Corriamo, nel lungo corridoio della scuola, io con lei in braccio, e la mamma con pezzi di dente nelle mani portate a mò di reliquia. Il secondo pensiero è la sua bellezza sfumata. Bella, mia figlia è bella, biondina dagli occhi azzurri, dolcissima, non amo vederla piangere. Noi le diciamo sempre che è bella dentro. E’ di quella bellezza che può sfumare, di quella potente fragilità corrotta, che in quel momento ci preoccupavamo: il danno maggiore può essere psicologico. Come fare a insegnarle di non rimuovere il dolore, di affrontarlo, accettarlo così come è., “anche questo passerà”: Come fare per impedire che poi non agisca nel tempo nascosto, infame come un virus, per lustri interi?
Correvamo in auto verso il Pronto Soccorso, ad una ventina di minuti dalla scuola. Altre volte mi ero trovato in una situazione simile, mia nipote che casca da tre metri e batte la testa, mio fratello che mi telefonano i carabinieri all’alba per dire “non è successo niente”, e altre volte ancora, e ancora condividendo il racconto di chi di voi ha vissuto un tale dramma. Il terzo pensiero fu che tutto è mutabile, nulla è “permanente”, come dicono i saggi. In quel momento c’è un salto quantico, si è nel vuoto, vivi. Si sente la vita per quello che è, nel movimento di una continua trans-formazione, ,senza fine, senza punti di appoggio. Così guidai con calma, attento, senza strappi, e giungemmo quanto prima all’ospedale. Dovettero metterle tre punti, a freddo, sotto il labbro. Avrei voluto avere lacrime agli occhi, ma dovevo essere vigile e stare calmo, e presi a massaggiarle con una mano in senso circolare il pancino, con dolcezza, come facevo un tempo. Con l’altra mano carezzavo le sue ginocchia, ma deciso, in modo da controllarle e tenerle in basso, impedendo eventuali strappi. Lei stava calma, non piangeva, era attonita. Finchè un infermiere si avvicinò e le prese i piedi, stringendoli in basso come catene, e tutto si tramutò d’un subito in un film di tortura. Lei gridò. Si agitò. Pianse di dolore e angoscia.
Tornando a casa, lei accucciata tra le braccia della mamma, venne la rabbia. Il Girotondo, ultimo giorno di scuola, nessun controllo, il pavimento tirato a lucido come una pista di ghiaccio. Quale sicurezza, quali responsabilità. Una rabbia lucida e consapevole come il pavimento della scuola. Ma il pensiero non andava a denunce e assicurazioni, quanto ad una domanda: “Perché cazzo non si insegna ai bambini a cadere, a stare in piedi, dritti, a sentire la terra, a respirare, a fare ‘giro girotondo casca il mondo senza farsi male? A che cosa serve la scuola? Ma forse questo gli adulti non lo sanno, a quanto pare sono inconsapevoli del girotondo che tutti insieme stiamo facendo intorno al mondo. Ci gira la testa e diciamo ancora di averla sulle spalle. Casca terra, tutti giù per terra. Forse gli adulti non sanno come si cade, Sappiamo cadere? O forse dovremmo apprenderlo dai bambini ?
Antidolorifici, disintossicanti, Arnica, fiori di Bach, tante coccole, cosa non facemmo. Due giorni dopo notai che già cominciava a stare curva, testa nelle spalle, come per ripararsi da una eventuale battuta, Il suo atteggiamento fiero si stava visibilmente trasformando, ora era una piccola bimba timorosa, insicura, vittima del caso, del mondo cattivo, della propria storia. Appena possibile la mandammo a lezione di cavallo. Se infatti sul cavallo non si sta con la colonna dritta, con le anche ad arco e le spalle basse, lui, il cavallo, se ne accorge e fa quello che vuole. Così è con il dolore, è un cavallo che non deve imbizzarrire, che non può fare i cazzi suoi. Però che bello possedere un cavallo!
Ora ogni tanto facciamo un gioco, giochiamo a rappresentare una vecchia filastrocca, quella che fa: Rinoceronte, che passa sul ponte, che salta, che balla, che gioca con la palla, che sta sull’attenti, che fa i complimenti, che dice buongiorno girandosi intorno.
Prima ci facciamo pesanti come un rinoceronte, gambe ad arco per sorreggerci. Poi facciamo finta di camminare, giocando sulle anche. E passando sul ponte diventiamo leggeri, così ci mettiamo a saltare, a ballare, a far finta di raccogliere la palla. Non è difficile, basta provare provareprovareprovarepro vareprovare provarep rovare. E’ bello mettersi sull’attenti, perché facciamo finta di essere un pino. E ci pieghiamo in un inchino. Alla fine facciamo tutto un giro, seduti su una gamba, e giriamo giriamo come fanno i dervisci. E continuiamo a girare a girare e a cantare: “Gira gira la testa già mi gira non ne posso più Rinoceronte cadimi giù.”
E cadiamo ridendo felici a terra. Stiamo imparando a cadere, perché ora sappiamo che si può, il trucco è cadere bene e sapere come rialzarsi.
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