"Osserva come crescono i gigli"

A pochi chilometri da casa c’è un piccolo lago. Quel giorno lo raggiungemmo in bicicletta. Io ai pedali, lei su una sediola attaccata al manubrio. Aveva circa due anni e mezzo. Lei era entusiasta del vento tra i suoi capelli biondi, lanciava gridolini di gioia. Io cantavo, sereno, e mi tornò in mente una canzone di Faber, “il giudice”, quella che ad un certo punto fa: “… la maldicenza insiste, batte la lingua sul tamburo, fino a dire che un nano è una carogna di sicuro, perché ha il cuore troppo troppo vicino al buco del culo.”
A lei piacque tanto, e a suo modo prese a cantarla, in particolare l’ultimo verso, ripetendolo a tutta voce, gridando soprattutto le ultime tre parole. Qualche raro passante che faceva yogging si girava osservando. Io mi chiedevo che razza di genitore fossi., cosa le andassi mai insegnando.
Arrivati alla meta ci sedemmo a riposare ai bordi del lago, in silenzio. Pensai che avrei dovuto dire qualcosa, approfittare del momento di intimità per insegnare, essendo io padre: “Che cosa guardi?” Lei, seduta sul prato scosceso alla maniera dei faraoni, alzò lentamente la manina e indicò un punto preciso al centro del lago. Guardai anch’io, con attenzione, non vidi nulla, a parte increspature leggere in superficie, alternate col riflesso dei monti. Accettai il gioco. Restai a fissare quel punto, quasi aspettando che da un momento all’altro saltasse fuori un pesce, un delfino, un drago. Osservai in silenzio il nulla, ascoltai il vento, il mio il suo respiro.
Non so cosa mi distrasse, ma un rapido sguardo all’orologio mi fece trasalire, era tardi, era passata più di un’ora, un’ora a guardare niente. “Oddio! E’ tardissimo. Andiamo: Mamma ci sta aspettando.” Sulla via del ritorno non dicemmo nulla, tantomeno cantammo, non avrei potuto, s’andava di fretta e la strada era in salita, non c’era più fiato, e nemmeno potevo ammettere a me stesso i dolori a cosce, spalle e polpacci, l’età. Trattengo di quell’istante il ricordo di suoni lontani, un cane che abbaia, un auto che passa, il fruscio del vento… Suoni che si manifestano vivi e poi tornano nel silenzio. “Ogni suono è circondato dal silenzio”. Quel giorno compresi che non è possibile descrivere una stanza parlando di un quadro, del tavolo, delle sedie che questa contiene: quel che fa la stanza è il vuoto. Così avviene nel mondo dei rumori: quel che da loro esistenza è il silenzio. Quel silenzio creò in me una strana pace interiore, in un me sempre occupato da pensieri importanti, Mi ritrovai in uno spazio indefinito che mi consentiva di ascoltare senza interferenze e rumori di fondo. Mi accorgo ora che quel silenzio aveva il sapore dell’eternità, come dire: “L’eternità non è tempo infinito ma assenza di tempo”.
Qualche anno dopo mi ritrovai a casa in un giorno di vacanza, mi ero sistemato al sole in giardino avvinto da un romanzo. Lei giocava a terra al mio fianco. Quando ad un certo punto voltai lo sguardo, lei non c’era più. La chiamai, mi alzai, la cercai. Sparita! Ansia, preoccupazione, panico. “Ehi…. Dove sei !?” La trovai infine dietro una siepe, seduta a terra, immobile che guardava un gruppo di margherite, talmente presa da non sentirmi. Mi sedetti vicino a lei e la osservai. “Che cosa guardi?”
Mi indicò un fiore, tra i tanti solo uno, quello lì. “Papà… è vivo?’” Cominciai ad osservarlo anch’io, in silenzio, senza tempo. “Si. E’ vivo.” Mi venne in mente come in natura ogni cosa è portata tranquillamente a termine senza alcuna ansia, come il miracolo della vita si manifesta senza aspettative, insoddisfazioni e infelicità. Senza rumore.
In quel silenzio nel vento sentii un fruscio: “Considerate come crescono i gigli, non filano, non tessono”.
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