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Bambini - Istruzioni per l'uso


La Donnina che semina il grano…

La prima filastrocca di questo nostro libro non è propriamente una filastrocca, non è nemmeno una favola: "Fata Ricotta" è una 'foletta'.
Definire la foletta è difficile, perché è una via di mezzo tra favola, fiaba e filastrocca, possiede lo schema strutturale della favola classica (inizio, crisi, soluzione), e allo stesso tempo la concatenazione, il ritmo, il divertimento proprio della filastrocca.

 

In pratica la foletta è una filastrocca dilatata, nata per poter raccontare a bambini ancora troppo piccoli delle storie con un ritmo scherzoso e paradossale, "per divertirli e tenerli buoni quando si vestono o si spogliano, per rassicurarli ripetendone i versi,per esercitare la loro memoria, per insegnare nuovi vocaboli…". Ma anche per dar loro, sin da quando li si cambia sul fasciatolo, il senso di una storia, del pericolo e, anche se solo con il tono, poter dire che c'è sempre il modo di trasformare gli ostacoli in opportunità di volo.
In fondo 'basta solo una parola, basta dirla e poi si vola, e se la dici in allegria, ti diventa una poesia…"

Ma quel che distingue la foletta da una favola, non è l'articolazione, o l'intreccio, o la brevità, è invece il tono: sempre paradossale e scherzoso, con un passo cadenzato, con un meccanismo di divertimento e di gioco. La foletta ha una concatenazione tale che se si dimentica un passaggio non si riesce ad arrivare fino in fondo: è un gioco di sinestesia tra immagini, note e parole.

La "Donnina che semina il grano…" è quindi una 'foletta', ne ha tutte le caratteristiche, anche se la storia che vi si racconta non è propriamente una storiella: "è la storia del mondo". C'è in essa la leggerezza, la rapidità, la precisione, la visibilità e la molteplicità che rendeva felice il Calvino delle "lezioni americane". In quattro righe riesce a raccontare l'origine del mondo: dalla dea madre ad un campo fecondo, al villano che zappa la terra ed ecco che arriva la guerra (riferimento a Caino?).
E poi si apre alla molteplicità:la guerra, i soldati, i malati, il dolore, il dottore ed ecco Concetta. E' una ballata che rappresenta ogni 'brutto' della vita, ma in modo così logico e paradossale che non c'è nulla di crudele.

E poi i bambini che van per i campi, i lampi, lo spavento, il convento, la preghiera, i pazzi, lo spettro e Lucia. Sempre si parte da una donna e ad una donna si arriva, quasi a indicare la figura rassicurante della mamma. C'è Lucia che fa il vestitino (fata Ricotta si chiama Lucia?), Arlecchino che fa gli sgambetti, i galletti che cantano forte… "volta la carta e si vede la Morte". Persino la morte assume le rassicuranti sembianze di una mamma!

"La morte che falcia la gente, volta la carta e non si vede più niente." Quel niente che sembra solo una pagina bianca ( in oriente il bianco è il colore del lutto) in realtà è un 'passare sul ponte' (come quando il bimbo si appresta al sonno) verso un mondo che non conosciamo ancora, che diciamo 'vuoto' solo perché l'uomo non è in grado di vedere l'oltre.
Quel bianco, quel niente, quel vuoto non è il puro nulla, ma è un 'pieno' strapieno di cose che forse riusciamo a carpire soltanto nel sogno, o nella preghiera, o nella meditazione. Gli orientali lo chiamano "Sunyata", mentre Italo Calvino direbbe che è "quella tensione verso il fuori, l'altrove, l'altrimenti,che altro non è che uno stato di desiderio."

In tale contesto "la Donnina che semina il grano…" non è solo una foletta o una ballata, ma una meditazione verso "qualcosa che è senza dover essere", il vuoto-pieno insomma. Carlo Lapucci parla della 'Donnina' come di un "mandala vocale di carattere ripetitivo e rigido come quello del Rosario: nei quindici punti corrispondenti ad altrettanti misteri, ripercorre la storia della salvezza, la vita dell'Uomo, il viaggio del Verbo nella carne." Secondo lui la filastrocca è un 'mandala', ovvero un disegno circolare.
'Mandala' è un termine sanscrito che significa 'cerchio'. Si tratta di disegnare, rilassandosi, un piccolo cerchio, in cui si rappresenta se stessi, e poi continuare, allargandosi a cerchi concentrici, fino a disegnare l'Universo. Tutto ciò ha un'attinenza diretta con la salute perché quel segno, diceva Jung, sorge spontaneamente sotto la forma di immagini interiori come tendenza della psiche alla autoguarigione.

(Si potrebbe pensare che il 'mandala' sia un concetto tipicamente orientale, mentre invece appartiene ad ogni cultura. Basti pensare ai rosoni gotici delle nostre chiese, o ai 'cerchi' degli atzechi, o ai labirinti dei cretesi…)

Ecco allora che ogni filastrocca si collega spontaneamente ad un'immagine, o meglio ancora ad un segno che man mano sembra "una gallina sul comò", e poi nella sua ripetitività, diventa circolare. Il verso "Ambarabà ciccì coccò…" ad esempio è una linea immaginaria, come uno scarabocchio nel vuoto, una piega nell'aria tracciata dall'inconscio con un gesto tutto naturale.
E viceversa uno scarabocchio può diventare filastrocca. Nella 'Donnina che semina il grano' ad esempio una linea segna l'orizzonte tra cielo e terra, tra visibile e invisibile, Man mano diventa donna, villano, guerra, dolore, malattia, morte. Poi si fa circolare e ritorna a capo, facendoci ritrovare la stessa fatina dell'incipit (Fata Lucia Ricotta!): è un 'mandala'. Infine, nel bianco autunnale del saggio ChiPò,si ritrova lo stesso concetto di vuoto-pieno che ha dato inizio alla nostra ricerca. Il segno si spiega da se.

Se ora come farmacista iniziassi a parlare di gesto, segno e salute sarei costretto a ripetere, filastrocca per filastrocca, tutte le cose già dette. Il segno infatti, più della parola, riesce a rappresentare, 'universalmente' l'equilibrio uomo-ambiente di cui stiamo parlando, diventa esso stesso filastrocca.
In questo non c'è nulla di nuovo: l'aspirazione di cancellare la differenza tra segno e vita infatti non è una nuova, come non lo è il tentativo di esprimere l'intima connessione tra arte e salute. Dallo sgorbio di un bimbo ad un segno di Mirò c'è la stessa tendenza al ricordo, la stessa divertita ricerca tra realtà e ritmi universali.

E se la linea appare semplice, infantile, o 'naif', non significa che il disegno nasca come mera azione spontanea. Dietro lo sgorbio di un bimbo c'è uno studio, un ricordo, un'esperienza che viene da lontano, forse persino ancestrale. Difficile per un adulto fare uno scarabocchio come quello di un bimbo,così semplice e complesso, così leggero e molteplice.
Cosa volete allora che dica un farmacista: il disegno è un atto terapeutico, è lo stare in equilibrio con il proprio corpo, perché son le dita che disegnano, guidate da una mano, in stretto contatto con il cervello, che in quel momento si è fatto un po' universo.

Il disegno è il prolungamento di un gesto, di un batter d'occhi, di un momentaneo contatto con la natura, che grazie all'aiuto di una matita e del bianco di un foglio, si fa scarabocchio creando comunicazione, perché di là c'è sempre un lettore, ovvero l'altro, il diverso. Così l'equilibrio diventa dinamico, tra corpo, mente e ambiente. E questa è la definizione OMS di Salute. Ad un certo punto ci siamo guardati e abbiamo pensato: "Occorrerebbe equilibrare parole, salute e disegni facendo in modo che nascano insieme!".

Allora ci siamo chiesti: "E se noi, nel mortaio di farmacia, miscelassimo, con 'metodo geometrico', più sostanze scientificamente dimostratesi efficaci, equilibrando parole e disegni, otterremo un buon farmaco?"

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