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Arte e Salute - Poesia

E tanti saluti a tutti

 

Un paio di giorni di rottura di coglioni e poi tutta vita, vita nuova, centoventimila euro mica cazzi! Un vero colpo di culo. Grazie papi. Lo vedi che succede a fare i micragnosi? Tutta la vita a raspare il centesimo e poi un infarto ti stende secco e il gruzzoletto me lo cucco tutto io, grazie davvero.
Mi ci vorrebbe una botta di coca ora, tanto per ringalluzzirmi prima del ritorno all’ovile, ma l’ho imboscata in fondo alla sacca nel pout pourri per la mamma, perché sul treno avevo paura dei controlli e sarei un vero stronzo a farmi beccare proprio adesso, ma deve ancora nascere chi è capace di incularmi, a me.

E così ho comprato un regalino alla mia mami, una scatola di quella merda strapuzzolente, tre euro al discount, che se ci imboschi in mezzo la roba neanche i cani la sentono e adesso la roba sta lì, bella infrattata e questo testa di minchia di taxista va lento come una lumaca e per fare dieci chilometri ci impiegherà minimo mezz’ora, e siccome mi ha proprio scoglionato gli urlo “Ma spingi sto cazzo di acceleratore” e gli ammollo un cazzotto sullo schienale e quello fa un salto sul sedile che quasi sfonda la cappotta e poi mi guarda dallo specchietto con un’aria da pesce lesso e io giù a ridere da matto perché il cagone se la sta facendo sotto, e quando ho finito di ridere gli avvicino con nonchalance la bocca all’orecchio e poi ancora più incazzato abbaio “Spingi ti ho detto” e quello si mette a filare come un razzo e io di nuovo a crepare dal ridere. Ha messo il riscaldamento a palla e c’è un caldo che si schiatta qui dentro, apro il finestrino e mi sporgo fuori a prendere un po’ di fresco, ma fa un freddo della madonna altro che fresco, così mi raschio la gola e chiudo svelto il vetro e finalmente ci siamo quasi: appena un paio di chilometri.

Sarà più di un minuto che sto col dito su sto cazzo di campanello ma ancora non arriva nessuno e mi sa che st’accrocco è scassato e allora inizio a battere i pugni sul portone e subito sento i passi che si avvicinano e poi viene ad aprirmi quella mongoloide di zia Pina. Dovevo immaginarlo che l’avrei trovata qui, perché la mamma ha l’alzheimer, così ha detto il notaio, è per questo che i dindi me li cucco tutti io. La bagascia ha una faccia da funerale e mi tende le braccia ma io nemmeno me lo sogno di abbracciarla, vecchia e rancida com’è mi fa schifo solo a guardarla, con tutta quella pelle che le pende dal mento come a un gallinaccio, così con nonchalance svicolo lungo il corridoio e “Dov’è la mamma?” chiedo, e lei fa “In camera sua è molto malata”.
Quando vedo la mamma quasi le vomito addosso: sta seduta su una sedia a rotelle, tutta insaccata, secca che manco a Auschwitz, ha gli occhi da ebete e la bocca aperta e un filo di bava le cola sul petto.“Che schifo” mi esce di dire e mi viene spontaneo di girare la testa dall’altra parte e mi ritrovo faccia a faccia con la faccia ributtante di mia zia e la vedo che si porta una mano alla bocca e che strabuzza gli occhi e lo so che cosa sta pensando, sta pensando che sono un senza cuore, ma me ne frego completamente io di quello che pensano gli altri. 
Comunque, siccome non ho voglia di polemiche, con nonchalance faccio “Sono stanco, vado a nanna” ma appena volto il culo la bagascia si mette a farfugliare qualcosa e io riesco solo a capire che vuole parlarmi “Domani, domani, adesso proprio non mi va” dico, ma lei non mi molla. Mi sguscia davanti e mi precede nel corridoio e quando apre la porta di quella che dieci anni fa era la mia camera resto fulminato perché la stanzetta, non più di tre metri per tre, è per metà ingombra di scatoloni “Ho messo qui la roba di tuo padre prima di darla via, ho pensato che magari c’è qualcosa che ti vuoi tenere” fa lei, e a me mi arriva il sangue agli occhi perché soffro di claustrofobia e a vedere quell’ammasso di ciarpame mi piglia brutto e non capisco più niente, e così l’afferro per la pappagorgia e poi le sollevo la faccia “E che cazzo dovrei farci io con le sue cianfrusaglie? Levami tutte queste scatole dai coglioni” le ringhio sul viso e lei si fa il segno della croce e si mette immediatamente a spostare i pacchi nel corridoio.

Quando ha finito mi chiudo dentro a chiave. C’è un tanfo pazzesco qui, un puzzo di vecchi, di piscio e di medicinali, e mi dico che è meglio morire di freddo piuttosto che di tanfo e vado ad aprire la finestra. È una di quelle sere di inverno belle toste, con l’aria che ti taglia la pelle e il cielo tutto azzurro e stellato che quasi sembra giorno e si potrebbe fare mattina spostando il culo da un troiaio all’altro e mi viene di pensare a Olga. Mi piacerebbe stare con lei adesso, a sbattermela sul sedile della macchina e a schiaffarglielo in quel suo bel culetto e a farla urlare come un maiale scannato. E solo a immaginarmi la scena mi è diventato duro e penso che quasi quasi mi tiro una sega ma poi ci ripenso perché adesso mi piglia di più l’idea di sfondarmi il cervello a coca.
Rovescio sul letto la sacca e recupero nella scatola del pout pourri l’involto di cellofan celeste, cinque grammi di roba di lusso, purissima ha detto il nigeriano e di lui posso fidarmi perché lo sa che bestia divento quando mi rifilano la droga tagliata con le schifezze. Mi apparecchio una bella pista sul comodino, poi arrotolo gli ultimi fottuti dieci euro e tiro tutto su in un unico colpo e subito sento la botta al cervello e sto da dio. Mi infilo sotto le coperte e comincio a pensare a tutti quei soldi e alla vita da nababbo che mi aspetta a al gran culo che ho avuto, e grazie ancora papi, quando sarò in Tahilandia ti farò celebrare una messa buddista. E la notte se ne va così tra progetti e coca finché mi cala il sonno, perché io mica sono una di quelle pappe molli che quando sono fatte di coca non riescono a chiudere occhio e il giorno dopo stanno di merda, io ho le palle, e ho tutto sotto controllo.

Alle nove e un quarto viene zia Pina a bussarmi alla porta e con una voce da stronza, tutta sulle sue, mi dice che tra un po’ arriva il notaio e mi sa tanto che le rode il culo per ieri sera, ma a me non me ne frega un cazzo se le rode il culo. Nella stanza c’è un gelo da restarci stecchiti e per prima cosa chiudo la finestra, poi prendo l’orologio dalla tasca dei jeans ed è davvero tardi, ho giusto il tempo per un altro po’ di coca e una doccia al volo.
Alle dieci in punto, come eravamo d’accordo, arriva il notaio e lo faccio accomodare in soggiorno, la bagascia di mia zia ci segue e io le dico che è meglio se va a badare alla mamma ma lei risponde che può anche stare da sola per un po’, allora le lancio tre o quattro occhiatacce ma niente, quella non si schioda.
Il discorso che ho preparato non fa una grinza e il notaio abbocca all’amo come un cefalo, la zia ogni tanto prova a bofonchiare qualcosa per mettermi in cattiva luce ma io trovo il modo di zittirle quella boccaccia malefica e con nonchalance le faccio segno “dopo” ruotando l’indice sotto il tavolo, e poi glielo farò vedere io se era meglio che si facesse i cazzi suoi. Comunque alla fine tutto è sistemato per il meglio: domani ritirerò i centoventimila euro liquidi perché non ho ancora deciso in quale banca di Roma andrò a depositarli, e sgancerò cinquemila sacchi a questo ladro di notaio e verserò un vitalizio mensile di duemila euro alla mamma perché le sue cure costano care e in più aprirò un conto corrente intestato alla zia con diecimila euro per eventuali imprevisti. 
Il ladro mi presenta un sacco di carte da firmare e io faccio uno scarabocchio sopra a ogni foglio, dove lui ha messo una crocetta, e non perdo tempo a leggere quello che c’è scritto perché sai che me ne frega delle firme, al massimo fra trenta ore sono in Tahilandia e lo so io che ci faccio col malloppo altro che sperperarlo a cure e medicine che non servono a un cazzo perché è talmente evidente che la mamma è già cadavere, e il meglio che le può accadere è che arrivi l’angelo a dire amen. 
E io invece sono forte come un toro e grande come un dio.

E così grazie infinite papi e tanti saluti a tutti.

 

 

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Scritto da Mariateresa Carcano  
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