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Il Nei Dan. Intervista al M.Flavio Daniele PDF Stampa E-mail
Cantiere Salute - NEI DAN School

 Nel panorama delle arti marziali l’insegnamento e la trasmissione del sapere marziale è senza ombra di dubbio appannaggio dei Maestri Orientali. Il numero sempre crescente di scuole marziali di qualsivoglia disciplina vede, quasi sempre, l’immancabile Maestro orientale come fonte dalla quale attingere conoscenze e abilità marziali che in Occidente si sono perse nel corso dei secoli. Ma la trasmissione di questo sapere avviene secondo canoni che non appartengono alla nostra cultura, e così accade che insegnamenti preziosi vengano facilmente fraintesi o male interpretati, perdendo gran parte del loro valore. 

E’ tipico della metodologia didattica orientale affidarsi prevalentemente al processo imitativo del movimento e ricorrere ad un linguaggio evocativo fatto da immagini fantastiche, da metafore suggestive ma difficile da tradurre in pratica operativa perché fuori dalla nostra dalla nostra logica. Ciò ha generato molte incomprensioni nel mondo marziale soprattutto quello che fa riferimento alle Arti cosiddette “interne” (Taiji Quan, Ba Gua, Xing Yi, …) .

Da qui la necessità di un traduttore di casa nostra, di qualcuno che faccia da tramite fra i due mondi, quello occidentale e quello orientale, fra due logiche, quella razionale-lineare e quella intuitiva-analogica. Nel panorama marziale italiano, esiste un praticante-ricercatore-maestro che è portatore/elaboratore di un tale sistema. Grazie al suo personale percorso di vita, ingegnere informatico fino a pochi anni fa ma allo stesso tempo ricercatore e praticante di discipline orientali, il Maestro Flavio Daniele di Bologna ha saputo mettere a punto un metodo didattico che coniuga questi due poli in modo armonico ma efficace, grazie alla sua lunga esperienza d’insegnante cominciata nel 1972 con l’insegnamento del Karate e dello Yoga. Ed il metodo prende nome dalla Scuola da lui fondata, la “Neidan” di Bologna, che letteralmente vuol dire “trasformazione interna”, “processo alchemico di trasformazione consapevole, attraverso mutamenti continui di stato della materia con l’uso sapiente dell’energia”.

Maestro, può illustrare brevemente in che cosa consiste il metodo Neidan?

Innanzitutto questo è un metodo per lo sviluppo globale delle abilità marziali, strutturato e organizzato sia sul piano psicofisico sia su quello energetico, che prende spunto dall’autentica tradizione marziale cinese e dalle più avanzate elaborazioni della scienza cognitiva occidentale. Il suo campo d’applicazione è il “lavoro interno”, ovvero quel processo di trasformazione che consente di operare con consapevolezza in tutte quelle discipline che fanno dello sviluppo delle abilità/forze del corpo e del potere della mente il cuore della loro pratica. Questo lavoro di sviluppo delle potenzialità dell’essere umano per potere operare in profondità, per sua stessa natura, ha bisogno di metafore e simbolismi in linea con la nostra storia culturale.

Da qui la necessità di trovare un metodo didattico operativo, che senza stravolgere i principi fondamentali di pratica, fosse in grado di veicolare gli insegnamenti e i saperi della grande tradizione marziale orientale, dalla fonte originaria al moderno praticante occidentale. L’aspetto descrittivo, razionale concettuale e quello diretto, intuitivo, metaforico, simbolico devono coesistere: sono l’aspetto Yin e Yang del metodo didattico. Questo è il cuore del metodo: tradizione e modernità che convivono, metodo razionale e metodo intuitivo, analogico-simbolico che operano in armonica simbiosi.

Per questo motivo è un metodo che può essere adottato da qualunque arte marziale e, se vogliamo spingerci oltre, da qualunque arte del corpo. Pertanto è un metodo che non richiede di cambiare la tecnica, ma che opera sul modo di eseguirla. E’ come nell’arte musicale: dietro la tecnica specifica di ogni strumento c’è la musica, e il metodo Neidan è la musica.

Altre scuole si muovono su questo terreno; che cosa rende unica e particolare la sua Scuola rispetto alle altre?

Innanzitutto va sottolineato che la Scuola Neidan non è una scuola confessionale. In essa si praticano alcune discipline marziali come il Taiji Quan, lo Xing Yi Quan, il Qi Gong e Lan Shou, uno stile di Shaolin, che rappresentano un mezzo, uno strumento per comprendere e sviluppare l’arte del potere del corpo. Non esiste necessariamente una supremazia di queste arti rispetto alle altre; sono semplicemente degli strumenti, più o meno potenti, in funzione di chi li pratica.

Esempio eclatante di questa verità è il Taiji: in Cina, come tutti sanno, è considerato come l’arte marziale regina, qui da noi il suo valore marziale si commenta da solo. La Nei Dan è una scuola aperta, ai suoi corsi, sia quelli di stile (Taiji Yang e Chen, Xing Yi Quan, Lan Shou) su sia quelli specifici sul Nei Gong (lavoro interno), partecipano maestri e praticanti delle varie arti marziali dal Karate al Judo, passando per l’Aikido e per i vari stili di kung fu e lavorano tutti assieme su quello che sta alla base di qualsiasi disciplina: l’arte e il potere del corpo. Senza lo sviluppo delle sue abilità e dei suoi poteri nessuna arte marziale funziona. Ecco, forse, questa è la differenza: il rovesciamento di un paradigma, di una visione che si focalizza sul praticante, mettendo sullo sfondo la tecnica specifica. Quasi tutte le scuole insegnano un’identificazione eccessiva con questa o quella particolare arte. Molti maestri sono come i moderni medici specialistici che vedono la malattia e non il malato. Per me, esasperando un po’ il discorso, non esiste né il Taiji, né il Kung Fu, né il Karate, esiste una persona che pratica e che attraverso uno strumento, che le coincidenze della vita e/o le sue particolari attitudini gli hanno messo a disposizione, realizza l’Arte. Io stesso per oltre quindici anni ho praticato il Karate, era il mio strumento preferito, poi la mia maturazione artistica e la mia ricerca mi hanno portato attraverso vari stili di Kung Fu al Taiji e allo Xing Yi, per adesso mi realizzo così, ma un domani non avrei nessuna remora a cambiare ancora, perché a me interessa l’arte, non lo strumento.

Tutto questo, è ovvio, presenta dei rischi altissimi di smarrirsi nella foresta dell’improvvisazione se non si dispone di buone guide, io ho avuto la fortuna di incontrarle, primo fra tutti il M° Guo Ming Xu e tutti i maestri anziani che lui mi ha fatto conoscere, che mi hanno introdotto ai segreti profondi dell’arte. Io mi sono limitato con il loro aiuto a mettere a punto una mappa dettagliata e un team di guide in grado di guidare chi ha voglia di avventurarsi lungo questo percorso di ricerca. Il rischio, ripeto, è l’improvvisazione perché in teoria è tutto facile e molti sono in grado di stendere un piano teorico che funzioni, io, per esempio, sono dal punto di vista pratico un cuoco mediocre, ma in teoria potrei fare sulla carta un menù da mille e notte.

La difficoltà, come sempre, consiste nel far seguire alle parole i fatti. Per fare ciò ci vuole un metodo preciso, rigoroso, vivo, dinamico, flessibile e modulare; anche nel metodo devono coesistere i principi dello Yin e dello Yang, del paradosso del Taiji: aperto e chiuso allo stesso tempo, rilassato e contratto allo stesso tempo.

Il metodo Neidan è un metodo operativo, questa è la differenza. Le sarà successo che per più di qualche allievo iscritto alla sua Scuola questo metodo non ha funzionato.Quale è la condizione fondamentale per una buona riuscita del metodo Neidan, per una sua corretta ed efficace applicazione?

Innanzitutto ci vuole un buon metodo poi una buona didattica ed infine qualcuno che te lo sappia proporre bene; ma dall’altra parte ci vuole un buon allievo. E’ come a scuola: ci vuole un buon metodo, un buon insegnante e un allievo che voglia realmente imparare. Oppure è un po’ come quel proverbio arabo che dice pressappoco così: “Tu puoi anche portare un cammello a bere ma se il cammello non vuole bere non c’è niente da fare”. E’ fondamentale saper fornire al praticante gli strumenti teorici e pratici di come progredire giorno dopo giorno.

Nel suo libro “I tre poteri segreti del taiji quan” lei ha scritto, parlando delle sei armonie, che “quando il “sapere astratto” della mente diventa “sapere fare” con il corpo, “la pura intenzione” riesce a far muovere il corpo, attivando l’energia o Qi nel dantian addominale e trasformando questa in forza interna”. In altre parole se dividi le armonie esterne da quelle interne dividi i saperi invece attraverso una evoluzione della mente nella pura intenzione si riesce a fissare nel corpo sia il sapere astratto che il sapere fare. E’ questo il cuore della pratica e del metodo Neidan?

E’ proprio così. Infatti non è tanto nell’eseguire particolari esercizi che si riesce ad eseguire il metodo: tutti gli esercizi sono buoni. Nel metodo Neidan, il cuore della pratica, consiste proprio nel passaggio dal “saper dire” al “saper fare”! Con tutto ciò che comporta: tutti i meccanismi mentali, i processi energetici e gli esercizi fisici necessari per attivare e realizzare questo processo. La particolarità della scuola Neidan è proprio questa: operare all’interno del sistema uomo per insegnare come si fa a passare dal saper dire al saper fare. Possiamo fare questo esempio: a me piacerebbe saper cantare ma non so cantare, dentro di me sento un’armonia bellissima, ma non ho gli strumenti per tradurre l’armonia che sento in suoni piacevoli all’ascolto, non so come fare e se ci provo il risultato non è affatto soddisfacente! Allo stesso modo mi piacerebbe saper disegnare, perché ho ben chiaro dentro di me il disegno preciso da fare, ma la mia mano non è in grado di rendere operativa la mia immagine. Il cuore del metodo Neidan è proprio questo: ti insegna a rendere operativa l’idea che hai in mente. Praticamente e teoricamente il metodo che ti consente di passare dal saper dire al saper fare lo puoi applicare a qualunque cosa. Per esempio, mi sono chiesto quali sono i processi mentali che mi consentono di rendere operativo un sapere astratto, concettuale, in un sapere operativo? Come trasferire strategie vincenti da una situazione a un’ altra? Ho scoperto così la chiave di decodifica di alcune elementari strategie mentali, e le ho applicate anche in campi diversi dell’arte marziale; così ad esempio, nel disegno ho scoperto che in realtà non era vero che non sapevo disegnare ma che mi mancava questo segreto, mi mancava la chiave di decodifica di come lavora il sistema interno. Questo è il Neidan, la trasformazione della mente: quando si parla di mente non bisogna pensare a qualcosa di astratto ma alla “mente-cuore”, alla “mente-corpo”, alla “mente-energia”, tutto insieme. Bisognerebbe coniare una nuova unica parola che significasse “corpo-mente-cuore”. Quindi il segreto del Neidan è entrare dentro al sistema operativo, intervenire sul linguaggio macchina; quindi il metodo Neidan ti consente di entrare all’interno del linguaggio macchina-uomo e di carpirne le chiavi, i segreti e di modificarne le istruzioni essenziali nel centro, non soltanto nella periferia. In questa maniera puoi intervenire su qualunque aspetto della pratica: dall’esecuzione delle forme alle strategie del combattimento, dallo sviluppo della forza interna alla connessione strutturale, e così di seguito in un susseguirsi d’interventi interconnessi e creativi. Il metodo Neidan può essere quindi definito come una procedura per definire una mappa che partendo dal generale va nel particolare, ma non è una mappa solo teorica è una mappa esperienziale. E’ una mappa che traccia dei percorsi interni nel corpo e nella mente, nel sistema-uomo. Questa è l’alchimia del metodo Neidan.

Come si articola e si “materializza” in pratica il metodo Neidan?

Il metodo è supportato, anche materialmente, in maniera organica da materiale didattico strutturato: cinque libri (3 saggi sui principi delle arti marziali – due manuali pratici sugli esercizi interni), una serie di videocassette ed il cosiddetto lavoro in aula con i corsi di approfondimento e specializzazione e gli stage con i Maestri della Scuola. Ciò significa un metodo preciso, rigoroso, oggettivo, supervisionato da grandi maestri cinesi che tracciano una linea di continuità e di validazione costantemente aggiornata. Pertanto nulla è lasciato al caso o alla libera interpretazione: esiste una elaborazione/studio da parte della scuola che viene verificata e confermata o corretta almeno tre volte all’anno, ovvero ogni volta che il M° George Xu viene in Italia per i suoi stage e in occasione dello stage estivo con grandi maestri cinesi. Pertanto non è un metodo arrangiato prendendo qua e là informazioni, studi o esperienze, da fonte diverse e saltuarie e mischiandoli poi assieme alla personale esperienza e interpretazione, senza una reale verifica delle fonti da parte degli autori. Il metodo Neidan è verificabile sia a livello di materiale scritto che a livello di pratica; è certificabile da chiunque e corrisponde ad una specie di certificazione di qualità. Non si tratta soltanto di un mero elenco di abilità, saperi, riconoscimenti, titoli, ma di saperi provati, verificati sul campo e riconosciuti, ovviamente per chi vuol ri/conoscere.

Ci sono altri “ingredienti” per costruire un buon metodo?

Fare un programma è abbastanza semplice così come mettere un elenco di titoli uno di seguito all’altro. Ma per costituire un metodo bisogna verificare che questo sia dotato di un impianto teorico completo, e che questo impianto teorico sia supportato da un impianto operativo-pratico completo. Poi va verificato se ci sono gli insegnanti che possono portare avanti e trasmettere il metodo ed il sapere che esso esprime. La Neidan non è soltanto Flavio Daniele ma tutto il corpo insegnante, le decine di istruttori diplomati negli ultimi anni e dislocati su tutto il territorio italiano. La catena è ininterrotta, non ci sono dei salti quantici in mezzo. Poi esiste la verifica costante da parte dei maestri cinesi; e un feedback di ritorno, una retroazione continua di controllo finale che sono tutti quei maestri e semplici praticanti che attraverso le metodiche proposte hanno migliorato le loro abilità marziali.

In che modo il metodo Neidan si rapporta con quello di altre Scuole?

La maggior parte delle scuole presenti sul panorama marziale cambiano continuamente punto di riferimento; poche purtroppo sono le scuole che possano vantare una continuità di trasmissione e di insegnamento. E questa situazione va a discapito di tutto il mondo del Taiji perché è questa situazione che crea le contrapposizioni fra scuole. Perché se una scuola rispetta i principi potrà dialogare con un’altra che segue lo stesso metodo operativo; ma se intervengono individualismi ed interpretazioni soggettive o confessionali lo scontro è inevitabile perché il terreno di linguaggio diventa incomprensibile e quello che potrebbe essere un terreno di dialogo e scambio e crescita reciproca diventa terreno di scontro. Nella teoria dei sistemi questo percorso viene chiamato equifinalità, ovvero per raggiungere un certo risultato si possono percorrere vie diverse, ma l’importante è che siano vie valide. Equifinalità ed equipotenzialità: cioè metodi che hanno obiettivi uguali ma che differiscono solo per il percorso scelto, non per i principi e le modalità di esistenza del metodo stesso. I metodi si dividono fra metodi giusti o sbagliati, fra metodi precisi e rigorosi e metodi approssimativi e soggettivi, fra una via maestra e vie secondarie o peggio ancora. E’ molto importante, se non fondamentale, la qualità del corpo docente che è stato formato in questi anni sul quale sono state trasferiti i “saperi” teorici e pratici in modo completo per portare avanti e tramandare il metodo. Questo fa la differenza con altre scuole nelle quali ogni passaggio di generazione è un passaggio di mano, nel quale il metodo viene diluito e personalizzato perdendo nel tempo il contatto con la tradizione e la propria storia e mischiando le poche conoscenze e saperi raccolti qua e là in modo improvvisato o troppo legato ad una interpretazione soggettiva. Alla fine si creano conflitti di conoscenze perché se manca l’ordine implicito nella conoscenza delle cose il risultato sarà confuso e poco produttivo. Otterremo, per fare un paragone con le biotecnologie, un Taiji “geneticamente modificato” perché sono stati usati dei mezzi che non sono naturali: la strada per la produzione di mostruosità è così aperta! E molti maestri, vuoi per pressappochismo, negligenza, ignoranza, e in alcuni casi malafede, hanno creato un Taiji geneticamente modificato, un Taiji imbastardito, che ha perso la sua identità, la sua anima, il suo significato.

Per concludere questa chiacchierata quali sono, secondo lei, i punti di riferimento fondamentali per seguire una via corretta con l’adozione di un metodo appropriato?

La strada giusta richiede una trasmissione della conoscenza e dei saperi, diretta, continua, completa, articolata, globale, costantemente verificata. E’ come in una gara di formula 1: il pilota da solo non è sufficiente per vincere, ci vuole una buona macchina, ma per farla funzionare ci vuole un team ben organizzato e preparato, questa è la parte operativa. Ma non basta, ci vuole anche un’azienda che sappia gestire il tutto; e non è ancora sufficiente, ci deve essere un grande capo che abbia la visione del tutto coadiuvato da una equipe di progettisti e questa è la parte progettuale. Tutto questo fa parte dell’ordine implicito; dietro l’apparenza ed il grande risultato c’è un lavoro profondo, curato, attento, serio, rigoroso, preciso, c’è una conoscenza vastissima dietro a tutti i livelli. Non basta salire su una Ferrari per fare un buon risultato! Esiste una rete di interrelazioni e coordinamenti reciproci a più livelli: il pilota con il team, il team con la produzione, la produzione con la progettazione, la progettazione con la direzione. Questa è la continuità della trasmissione! Se vogliamo fare un altro esempio sportivo sicuramente in ogni bar d’Italia si parla di calcio e tutti dicono la loro, dicono anche cose sensate: l’allenatore dovrebbe fare questo o quello, far giocare Tizio o Caio. Ma quanti di questi che parlano, se messi nelle condizione di fare l’allenatore, sarebbero in grado di operare con la stessa chiarezza e facilità con la quale parlano? A questi manca la conoscenza operativa. E nelle arti marziali è la stessa cosa, non c’è differenza; uno può essere anche un buon Maestro ma se dietro non ha un corpo insegnante, un metodo, un sistema completo, allora non riuscirà mai a raggiungere un livello di arte che si possa definire tale.

da  www.taichineidan.com

http://neidanitalia.wordpress.com/

 

 

 

Scritto da Roberto Benetti  
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