Il Combattimento nelle arti interne
"Molti pensano che sviluppare una buona capacità combattiva sia solo una questione d’abilità psicofisiche. Questo è vero, ma non del tutto.
E’ vero se restringiamo il campo allo scontro fisico fra due persone nel contesto atletico-sportivo, dove gli aspetti psico-emozionali non superano un determinato gradiente, e la temperatura dello scontro si mantiene sotto certi livelli di sopportazione.
Dove il calore di certe emozioni non cuoce i muscoli e non surriscalda il nostro spirito, mandando in ebollizione la mente e fuori fase il cuore. Ma se allarghiamo il campo in scenari dove c’è in gioco l’incolumità fisica, la questione si complica molto. In simili frangenti non solo gli aspetti fisico-atletici passano in secondo piano, ma anche alcune fondamentali qualità mentali (riflessi, attenzione ecc.) finiscono sullo sfondo perché, sebbene necessari, non sono affatto sufficienti.
La complicazione nasce dal fatto che certe situazioni ci colgono del tutto impreparati, e non riusciamo ad attivare quelle risorse istintive e selvagge (Cfr. Xin Yi Quan l’Arte del Combattimento Istintivo – Flavio Daniele – Ponchiroli Editore) che fanno la differenza tra un atleta e un artista marziale. Gli antichi guerrieri non avevano questo problema perché le situazioni di vita ad alto rischio gliele tenevano continuamente deste. Non è così per il moderno marzialista che, vivendo una vita comoda, non sa come risvegliarle, e spesso, in situazioni estreme di pericolo, le subisce negativamente perché non gli sono state trasmesse tutte quelle tecniche psico-energetiche che, allenate in maniera opportuna, permettono di gestire il fluttuare dei propri stati emotivi.
La domanda sorge spontanea: come evitare che dopo una vita dedicata al dio Marte il nostro fisico allenato alle più ricercate tecniche di combattimento sportivo vada in tilt per una banale emozione? Alcuni si rivolgono ai vari metodi moderni di autodifesa, altri si dedicano a studiare infinite combinazioni tecniche di difesa/attacco specifiche della loro arte, ma spesso, nell’uno e nell’altro caso, si arriva a un risultato insoddisfacente, perché la soluzione si trova a un livello diverso: il livello delle strategie mentali integrate alla fisicità energetica.
Ora, semplificando, senza volere fare un trattato di psicologia dello scontro, possiamo dire che ci sono solo due vie: o queste situazioni ad alto rischio uno se le va realmente a cercare per prenderne confidenza (scelta davvero drastica e difficile da attuare), o se le ricrea interiormente in una specie di psicodramma esperienziale, dove vivendo, in una sorta di realtà separata, queste particolari situazioni emozionali, impara a gestirle in modo da non essere del tutto impreparato quando si presenteranno nella vita reale.
Questa seconda scelta, in apparenza più semplice, è nella realtà dei fatti più complessa, perché richiede un impegnativo lavoro di revisione globale della pratica marziale, con particolari allenamenti mentali e fisici che coinvolgano la sfera delle energie sottili. Allenamenti che fanno del lavoro interno energetico (Nei Gong) la chiave per entrare in contatto con le pulsioni fondamentali, con i conflitti interiori e con la dimensione più arcaica del nostro essere da cui, in ultima analisi, dipende la nostra sopravvivenza. Lavoro di revisione che, cominciando dagli aspetti più apparentemente esterni della consapevolezza corporea (forza interna, centratura, allineamento, radicamento), e passando per la trasformazione delle qualità psicologiche della mente (volontà, attenzione, concentrazione, intenzione) in forze agenti, raggiunge strati sempre più profondi del nostro essere, fino a toccare le pulsioni di base della sopravvivenza e portarle sotto controllo cosciente.
Elemento centrale, oltre le varie tecniche energetico-repiratorie, in questa riprogrammazione di strategia comportamentale, è il tipo di linguaggio che si adopera per parlare con sé stessi che, per essere comprensibile dalle diverse componenti fondamentali del nostro essere (l’istintuale, l’emozionale e la mentale), deve avere una forte valenza simbolica in grado di evocare energie ancestrali nascoste.
Purtroppo, nella moderna società dei talk show, dove la parola è diventata vaniloquio, pochi sanno dialogare con la parte più arcaica di sé stessi (Cfr. I Tre Poteri Segreti del Taiji Quan – F. Daniele – Caliel Edizioni – Bologna). Le parole hanno perso il loro potere, sono diventate suono sterile incapace di generare cambiamenti e trasformazioni interiori: impotenti, galleggiano nella mente come macchie di olio sull’acqua, incapaci di sciogliersi nel corpo, di diventare carne, di trasformarsi in azione.
Per la maggior parte dei praticanti le immagini evocative usate dai maestri, che si richiamano ai principi naturali - la fluidità dell’acqua, la flessuosità del serpente, il vuoto di una tromba d’aria, il duro dell’artiglio di un rapace - sono solo immagini poetiche e non pratica operativa incarnata in grado di trasformare muscoli, tendini e ossa; in grado di creare un rapporto intimo con le emozioni, le forze e le energie profonde del corpo, così da agire in maniera libera e selvaggia ma in perfetto controllo. Non era così nelle civiltà tradizionali, gli antichi maestri conoscevano il valore della parola e sapevano utilizzarne il suo potere magico per liberare la mente da ogni vincolo, così che potesse dispiegare al massimo il suo potere fondendosi (incarnandosi) con il corpo (Cfr. Tao Scienza e Arte del Combattere – F. Daniele – Caliel Edizioni - Bologna)
Il moderno praticante, preso dagli aspetti fisico-atletici, non solo non sa utilizzare il potere evocativo delle parole e la forza delle immagini per risvegliare potenzialità latenti, ma ne travisa addirittura il significato. Per esempio, nel Taiji Quan termini semplici ma fondamentali, come Fang Song, Rou, Gang, sono intesi in maniera semplicistica con rilassamento, morbidezza, durezza. In un certo senso, il loro significato letterale è corretto, ma non lo è quello profondo. Per la maggior parte dei praticanti la parola rilassamento evoca uno stato passivo come quello di chi se ne sta comodamente abbandonato su un divano.
Non è così per il termine fang song del Taiji Quan che, invece, si richiama a un rilassamento attivo, uno stato potenziale che può mutare improvvisamente anche in uno stato caotico come quello della lotta o in quello tranquillo di un monaco immerso nella meditazione, senza che questo, sia in un senso sia nell’altro, generi tensione di qualsiasi tipo.
Non pensiate che fan song sia la sola parola travisata, l’elenco è lungo e va da parole come cedevolezza e opposizione, lentezza e velocità, pesantezza e leggerezza, di più apparente comprensione, a parole più ostiche come: azione e non-azione, pieno e vuoto, aprire e chiudere, e così continuando.
La strategia del combattimento delle arti interne é basata sulla corretta interpretazione e trasformazione pratica di queste parole chiave che, purtroppo, non giustamente interpretate hanno impoverito la pratica del Taiji Quan. Invece, nel rilassamento inteso come fang song si ritrovano le principali qualità marziali quali: il giusto rapporto tra la morbidezza e la durezza, tra la potenza e l’elasticità, tra la velocità e la lentezza, tra la calma dell’attesa e l’estrema decisione dell’agire.
Però, per fare di fang song l’asse intorno al quale ruotano le virtù marziali, non solo bisogna affinare la nostra capacità di percepire le “differenze” e le “variazioni” toniche dei nostri muscoli ma, cosa fondamentale, in un gioco d’ascolto sempre più raffinato arrivare a percepire il fluttuare dei nostri stati emozionali e mentali. Capacità percettiva, che dipende da due parole/qualità: sensibilità e leggerezza. Parole neglette e trascurate, perché vi si attribuisce un significato del tutto opposto a quello effettivo e, molto spesso, si confonde sensibilità con fragilità, labilità, eccitabilità, emotività; e leggerezza con inconsistenza, levità ecc.
Mentre, al contrario, vogliono dire essere ricettivi e percettivi con i sensi come acuti sensori in grado di captare e di decifrare le minime variazioni nelle intenzioni altrui, in modo da muoversi con agilità e scioltezza senza impaccio, anche nelle situazioni ad alto stress emotivo. Questo travisamento semantico non è così innocuo come potrebbe sembrare, perché condizionando il nostro modo di pensare, condiziona il nostro modo di agire. Travisamento che non è solo appannaggio del Taiji Quan, ma è trasversale a tutte le arti marziali.
Un esempio per tutti: la parola Kime nel Karate che è stata tradotta come contrazione, quando, invece, sarebbe più corretto come estrema decisione. Traduzione impropria che ha condizionato a un uso svantaggioso della forza milioni di praticanti, facendoli muovere in maniera rigida e impacciata come dei meccanismi mal regolati.
Così come la parola kime abbinata a contrazione evoca uno stato permanente di tensione fisica, che fa ansimare come buoi al traino, stressando muscoli, articolazioni e sistema cardiovascolare; alla stessa maniera, la parola fang song travisata evoca uno stato di passività che fa sembrare i praticanti sacchi vuoti privi di energia. Importante, quindi, sia che uno pratichi Taiji, Karate o qualsiasi altro stile, è comprendere l’esatta traduzione non solo con la mente ma anche con il corpo, per evitare di diventare fragili come legno secco per eccesso di durezza, o inconsistenti come stracci al vento per eccesso morbidezza.
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