La conquista dell'inutile
“Conquistare”. Questa parola “Conquista” mi è entrata nelle ossa. Ma è una parola di guerra. Non mi indigna più, mi preoccupa invece, ora assai seriamente, per la mia e la salute del mondo.
Ormai uso sempre questa parola: “conquistare lo spazio”, “conquistare una donna”, “conquistare aree di mercato”, “conquistare la fiducia di mia figlia”, “conquistare la più alta montagna.” Mi sveglio la mattina e mi chiedo quale sarà la mia quotidiana battaglia. Ma che diavolo mi succede, perché devo sentirmi sempre in guerra contro qualcosa o qualcuno?
Perché devo lottare contro il mio stesso ambiente? Perché non sono più capace di dire grazie alla montagna che mi sostiene, alla donna che mi sorride, allo spazio che si apre in me? Perché non riesco a stare sereno?
Ho l’impressione che se non conquisto qualcosa ogni giorno io non sono un vero uomo. “Ma è proprio questo sentimento di dominio che permea la nostra economia, come pure la scienza, la tecnologia, la nostra cultura…” Così mi dicono. E chi dice di no. Senza ombra di dubbio abbiamo ottenuto grandi risultati tecnologici, ci è sembrato persino di poter veramente governare la natura al posto di Dio, ma ora essere in guerra contro Gaia non so se mi conviene, anche perché non sto bene, perché mi piglia lo stress, perché non dormo sereno, perché in fondo è innaturale.
E’ vero, ho imparato sin da piccolo a diffidare della natura umana, mi han sempre detto che la devo sottomettere, c’è scritto pure sulla Genesi. Il peccato originale è sempre lì a rammentarmi di non essere troppo amichevole con i miei istinti, con i bassi desideri corporali. Così uso la forza dell’acciaio per portare avanti una battaglia contro tutto il mondo invece di vivere con la curvatura della terra. No, io tento ogni giorno di livellarla come fossi un bulldozer. Purtroppo la terra è tonda e gira, lo ha detto pure Galileo. “Fermati o sole!” Ancora non ho questo potere, è una battaglia persa.
Invece eccomi qui, a conquistare il tempo, a conquistare lo spazio, ad annullare la distanza tra me e ogni luogo da raggiungere. Che bel risultato ho ottenuto: tutte le località ora si somigliano, son tutte identiche, non c’è più gusto ad indossare uno zaino per fare un lungo viaggio. Ogni mio obiettivo è solamente un luogo da raggiungere nel più breve tempo possibile. E questo pensiero indebolisce man mano tutto ciò che rende prezioso ogni obiettivo, è come se invece di mangiare una banana intera io mi limitassi a mangiarne solo due piccole estremità. Non c’è gusto, non sono mai sazio.
E visto che allora ogni mia conquista non è mai una conquista, ma un effimero surrogato di ingiustizia, ecco che non ho più fiducia, nel mondo, nella scienza, nella politica, non ho più fiducia di nulla, neanche di me stesso. Diffido, di tutto e di tutti. Ma non si può vivere così, o almeno non riesco a farlo ‘serenamente’ e in salute. Diffido ormai della stessa natura umana, cioè ho imparato a diffidare del mondo naturale in cui vivo. E questo è il mio guaio, forse il mio problema: “Se non riesco a fidarmi della mia natura come posso fidarmi del mio diffidare? Come faccio a sapere che la mia diffidenza non è altrettanto errata?”
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