Nel corso dei millenni l’uomo ha elaborato sofisticati modelli interpretativi per comprendere l’universo in cui vive, ma gli sforzi profusi, religione, filosofia, scienza, politica, non hanno prodotto altro che rappresentazioni approssimative della realtà.
L’uomo percepisce se stesso come ‘descrizione di se’, ma è un modello alquanto lontano dalla sua natura essenziale. Paradossalmente proprio ciò che permette all’uomo di avvicinarsi alla comprensione della realtà, di descrivere sempre più esattamente (mai esaustivamente), il mondo che studia, paradossalmente è ciò che gli impedisce tale comprensione. Più l’uomo perfeziona il linguaggio più il paradosso lo porta lontano dalla reale comprensione di se stesso e del mondo, tanto che i fisici moderni, per descrivere i risultati dei loro esperimenti, hanno iniziato ad esprimersi in un linguaggio simile agli antichi aneddoti zen, e ad usare espressioni, apparentemente poco scientifiche, come ‘relatività’, ‘indeterminazione’, ‘probabilità’.

Il linguaggio ha il potere di costruire elaborate rappresentazioni del reale, ma il linguaggio è fatto di Parola e quindi ha lo stesso potere che la parola ha nel formare, tras-formare, de-formare la visione che la nostra coscienza ha della realtà soggettiva interna ed esterna. Il linguaggio ha il potere di indurre la mente a non smettere mai di parlare a se stessa, la mente non smette mai di produrre pensieri che la facciano sentire viva, così che essa diventa man mano sempre più fine e non più mezzo. Non a caso il ‘distacco dai propri pensieri’, il ‘blocco del dialogo interiore’, il ‘vuoto mentale’ sono i concetti base che si ripetono in ogni pratica di preghiera e di meditazione. Il loro concetto fondamentale è che il pensiero non sia altro che una delle infinite forme di percezione, e che noi siamo molto di più che i nostri pensieri, ovvero siamo Coscienza: “Si è consapevoli di essere, senza bisogno di pensare, per esserne consapevoli”.

“L’opinione che l’anima riceva le passioni dal cuore, non è da prendersi nella minima considerazione, essendo fondata esclusivamente sul fatto che le passioni fanno avvertire nel cuore qualche alterazione; è facile notare che questa alterazione è avvertita come fosse nel cuore solo per azione di un piccolo nervo che discende dal cervello verso di esso.” (Descartes)

Penso dunque sono”: è la troppo famosa massima di Cartesio. E’ indubbio, ma lo è anche che “io sono anche quando non penso”.
Questa ambivalenza, insita nell’uomo, tra razionale e irrazionale, dona alla Parola una capacità di trasformazione alchemica, il potere di rivolgersi sia all’uomo pensante sia all’animale istintivo, sia alla mente sia al cuore. Legando insieme (‘syn-ballein’) fonema e voce, pensiero e azione, finito e infinito, contingente e assoluto, temporale ed eterno, umano e divino, immagine e gesto, la parola diventa linguaggio ‘simbolico’, metafora della realtà, una voce di sottile silenzio, l’ideazione interiore che fa creare all’artista la sua opera, l’immateriale che si materializza.

“Dalla Parola del Signore furono creati i cieli, dal soffio della sua bocca tutto il loro esercito.” (Salmo 33.6.9).

La Parola è atto creativo, è un evento che vince il nulla e crea l’Essere, la parola che è manifestazione della mente divina che squarciando il buio, “Fiat lux”, svela la trama (il tempo) e l’ordito (lo Spazio) della Creazione.

“All’inizio c’è il vuoto, poi un pizzico d’energia crea movimento, questo divide il tutto in due opposti Yin e Yang, per poi riequilibrarlo nel TajJi, in una sola parola, in un solo gesto.” (LaoTzu).

E’ il mito greco di Orfeo, quando l’uovo cosmico si apre e fa il primo suono. E’ il mito indiano della creazione dell’universo, che nasce dallo stesso vuoto cosmico. E’ il big bang, grande suono. E’ il ‘Bìos’ di Eraclito (vita) che si oppone a ‘Biòs’ (arco che da la morte) per unirsi e dare origine al Logos.

“In principio era il caos,
eppure forme vedemmo nell’informe vorticale del nulla
e numero e misura,
ma chi vide e cosa fu veduto
Dio solo può dirlo, o forse non può,
non io che in alto mira a veder le stesse
in questo antico suono
auuhhmm”
(Libro di Toth – anonimo, Egitto, 30)

L’origine della Parola è quindi in quel pizzico di energia che si fa soffio vitale, fonema, gesto. Con una sola parola, un solo gesto, il linguaggio diventa capace di essere comprensibile alle diverse componenti fondamentali del nostro essere (istintuale, emozionale, mentale) tale da poter provocare cambiamenti e trasformazioni interiori, coniugare il dire al fare, connettere il pensiero all’azione,. Un tale tipo di linguaggio, rendendo viva la parola, la trasforma da rumore indistinto, da gesto qualsiasi, in un suono di potere in grado di risuonare nel vuoto della mente come una nota in una cassa armonica, e avvicinare l’uomo alla reale coscienza e consapevolezza della realtà.

Poesia e gesto artistico hanno quindi origine da questo pizzico di energia, a monte della storia che è cronaca soggettiva. Poesie e gesto si pongono allora su un piano in cui la scienza, la filosofia, la politica e la religione si sono sempre più allontanati proprio grazie alla loro più grande invenzione: il linguaggio.
Tutte le arti si ritrovano a parlare delle stesse cose con mezzi diversi, ed è questo che le unisce, questa ricerca interiore, il trovare radici comuni non solo nei gesti ma anche negli intenti, che spingono al confronto inevitabilmente, ma non si parla di uno scontro semmai di una sinergica collaborazione, un completare discorsi, un crescere insieme, un insegnare ed un imparare reciproco: imparare ad usare mezzi altrui per poter usare meglio i propri, poiché confrontarsi vuol dire sottolineare un’identica tensione interiore.

La storia dell’arte è piena di artisti che hanno collaborato insieme, "ut pictura poesis", ciò che è nella pittura è nella poesia, diceva Orazio nel suo Ars Poetica già nel 13 ac. Questo perché da sempre artisti e pittori si sono guardati ed ispirati.
Dalì, Buñuel e Lorca hanno vissuto insieme ed insieme hanno lavorato tra il 1920 ed il 1930, con il surrealismo contro il ‘romanticismo’ spagnolo, ispirandosi a Picasso; Gertrude Stein si è ispirata a Picasso e ne è stata ispiratrice: posò per lui e da lui apprese le basi per il suo “cubismo verbale” culminato con il libro di prose e poesie Tender Buttons; il Futurismo ed il Dadaismo non sono immuni da questa esperienza: Martinetti, Tristan Tzara diedero le basi per la poesia concreta che si servì spesso di linguaggio proprio della grafica per molti lavori; Cezanne è stato grande amico di Zolà tanto da ritrarlo nei suoi quadri; più recentemente a New York intorno al 1950 poeti ed artisti diedero vita ad un movimento chiamato la Scuola di New York appunto: erano John Ashbery, Kenneth Koch, Barbara Guest, Frank O'Hara, e James Schuyler i poeti e Willem de Kooning, Jackson Pollack, Mark Rothko, e Robert Motherwell gli artisti.

Tra il XVII ed il XIX secolo, questa era una prassi quasi irrinunciabile: il critico Richard Altica dice che solo in Inghilterra tra il 1760 ed il 1900 ci cono circa 2300 quadri ispirati al lavoro di Shakespeare e circa 11500 ispirati alla letteratura in genere!
Per non parlare poi di quanti artisti si sono trovati a scrivere poesie, primo fra tutti Michelangelo. E’ impossibile quindi stilare una lista completa ed esauriente, quello che preme invece è chiarire i meccanismi che spingono gli uni verso gli altri.

"Where the poet does his job by virtue of an effort of the mind he is in rapport with the painter, who does his job with respect to the problems of form and color" “Quando il poeta fa il suo lavoro con integrità dell’impegno mentale egli si mette in rapporto con il pittore, che fa il suo lavoro con rispetto per i problemi della forma e del colore”
(Wallace Stevens, "The Relations Between Poetry and Painting." 1951).

L'uomo ha sempre pensato per immagini. La scrittura stessa nasce come pittografia. Quale connubio migliore allora di quello che lega l'immagine al pensiero? Poesie che richiamano immagini ed immagini che richiamano poesie o che ne sottolineano l'atmosfera e le emozioni sono impossibili da contare, quindi non stupiamoci che ancora oggi la poesia accompagna la pittura come quando Baudelaire raccontava gli impressionisti o Klee cercava nei suoi dipinti le strade meravigliose dei titoli, o che la pittura si insinui nella poesia, nelle ansietà del raccontare o del simulare, gioco di specchi e di superfici, giochi infiniti dell’ambiguità. La pittura è simulazione, e la poesia è ambiguità. Da Altamira, da Omero, fino a Rimbaud e a Mirò. Fino ai giorni che sono nostri.

Il ruolo dell’artista, nel senso di persona creativa, è di tradurre il mondo intorno e quello interno, fatto di condizioni umane, di emozioni, di relazioni interpersonali, in un linguaggio che è comprensibile e non alienante fino al punto ultimo e cruciale di ispirare un altra persona, artista o non, il processo ininterrotto del passaggio della cultura da generazione in generazione.

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0 Premessa

1 Introduzione UAB

2 La nascita della poesia UAB 

3 La mente e il movimento creativo UAB 

La natura della mente UAB 

5 L’uomo primitivo e il bambino UAB 

6 Poesia ed Immagine UAB 

7 Bio-Biblo-grafia UAB 

8 Intervista a Daniele Pieroni UAB