Sto rientrando al mio paese, in auto, con Schubert alla radio e mascherina sotto al mento.
Il mio paese, benché devastato dal cemento nel quarantennio consumista, mi accoglie ancora con castagni e querce secolari, è come rituffarsi in una placenta.
Dopo una vita di lavoro itinerante, sto per entrare nel mio lockdown da pensionato. La musica di Shubert mi porta in un altrove di fantasie e problemi. Ecco, io torno in paese mentre mio figlio sta atterrando a Londra per un tirocinio triennale, e poi chissà... In tempi di Covid un padre può anche essere un tantino preoccupato, ma vabbé, "ognuno deve poter inseguire il suo Sogno, la sua Via".
Ho come uno sdoppiamento di realtà, da una parte passeggio tranquillamente nel bosco col colore del tramonto che filtra tra gli alberi, dall'altra trovo assordante il traffico al centro e in metropolitana mi manca l'aria, non sopporto la mascherina. Mi chiedo quale di queste due realtà sia la mia.


RACCONTI DI RESILIENZA - UNA RUBRICA APERTA A TUTTI - INDICE DEI RACCONTI

Raccogliamo e pubblichiamo su questo gruppo i Racconti dei nostri utenti sul tema: "sulla Via di Guarigione".
Perché dare voce ad un'emozione, ad una passione, ad un sintomo, è già "un atto terapeutico". Lo sanno bene quei vecchi medici che ti chiedevano di fare la linguaccia e di dire 33. Per questo il primo compito di un operatore sanitario è l'ascolto. Ecco, questo è un modo moderno per ascoltare, parlare, condividere.
Scrivete quel che vi viene, come vi viene, disegnatelo, fatelo a scarabocchio.

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Iniziativa in rete con Farmacia Cataldi Carcano, APS CantiereSalute, Centro Diurno La Bussola, a cura dei farmalibri

INDICE


Mi capita sempre più spesso, d'improvviso il ricordo sconfina nel mio spazio visivo e mi lascia senza fiato. Nei miei occhi appare L’urlo, il più celebre quadro di Munch.
E diventa un incubo, un precipitare nel vuoto senza possibilità di fermarsi. Vorrei gridare, urlare, ma la voce mi si blocca in gola.

Mi capita sempre più spesso, ormai anche di giorno. Ma io non mi fermo, continuo a camminare sull’orlo dell’abisso. Quell’immagine ora la rivedo ovunque, per strada, nello sguardo di tanti, troppi.


Annusai l’aria. Riconobbi l’odore, ogni cosa intorno mi era familiare. Non ero sola, di questo ero certa perché sentivo il loro respiro. Bisbigli sommessi, gridolini, colpi di tosse e qualche sonoro sternuto accompagnavano il mio buio.
Presi coraggio, feci un bel respiro, stiracchiai il mio esile corpo ben ancorato sulla sedia e tutto d’un fiato gridai: “Mi chiamo Stefania. Non so perché sono qui, non vedo nulla ma so che ci siete! Chi siete?”
Mi sembrò di aver zittito quei bisbigli, ma, al mio richiamo, nessuna voce forte e chiara, in realtà, fece eco.
Il nervoso mi salì in corpo.